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La Chitarra Sarda - Caratteristiche e Storia
 
Seneghe, 2004. Antonio Cubeddu, Agostino Falchi, Salvatore Cubeddu, Giuseppe Pintus, Giovannino Casu, Mario Mannu, Franceschino Dettori, Antonio Testoni, Salvatore Nuvoli
 
Notiziario
 
XIX EDIZIONE DEL PREMIO POESIA SARDA DELLE ACLI DELLA SARDEGNA.

Il 24 novembre 2007 si è svolta a Porto Torres, nel salone della nuova stazione marittima, la cerimonia di premiazione del Premio di poesia sarda Acli Sardegna.

LIBRETTO DEL CONCORSO.

Lettera del Presidente delle Acli della Sardegna
Ottavio Sanna

Anche quest'anno le ACLI della Sardegna hanno lavorato al Concorso di poesia sarda con rinnovata passione, attenzione e competenza. Si capisce, ogni volta bisogna onorare nel migliore dei modi questa manifestazione, che dura ormai da 19 anni e la cui Cerimonia di premiazione si svolgerà a Porto Torres.
A questo importante impegno -puntuale, complesso e laborioso-, ha risposto una partecipazione davvero notevole di poeti, adulti e bambini. E' un risultato estremamente positivo, confortante, che fa ben sperare anche per gli anni a venire. Mi fa particolarmente piacere, poi, che si sia pensato anche agli anziani, alla loro dimensione esistenziale, dedicando una sezione alla poesia per l'anziano.
Il nostro Premio di poesia sarda continua, anche quest'anno, il suo viaggio; continua ad essere, infatti, una realtà itinerante, caratterizzata dall'attenzione e dal coinvolgimento di Comuni sempre diversi, di ogni provincia, che è poi un'occasione per portare in tutto il territorio l’esperienza delle Acli, in particolare dei poeti sardi; un intento, in definitiva, volto a favorire il confronto e il dialogo culturale.
La XIX edizione ha così confermato, in qualche modo ampliato, il consenso di poeti e cultori della poesia sarda.
Di tutto questo non possono che essere orgogliosi, sia sotto l'aspetto quantitativo che per l’attenzione e l'apprezzamento con cui il Premio continua ad essere accolto ovunque. Il Premio poesia sarda delle Acli è considerato, proprio per questo, anche come veicolo di divulgazione della lingua e della cultura sarda, oltre che come momento di riflessione, secondo gli intendimenti delle ACLI. E' il servizio che ci eravamo prefissati, mirato al territorio, all'interno del quale possiamo contribuire allo sviluppo culturale della Sardegna.
Ecco perché non smetto mai di ripetere che la realtà di questo Concorso rappresenta davvero un patrimonio importante, nato e cresciuto nelle ACLI ma ormai radicato in tutta la Sardegna, un patrimonio da promuovere e coltivare insieme alle nostre tradizioni.
Infine, esprimo sentitamente, insieme agli auguri, un sentito ringraziamento alla segreteria, in particolare a Franceschino Dettori; alla giuria, ai poeti e a quanti hanno contribuito alla riuscita di questa edizione del Concorso.
Ottavio Sanna

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XIX CONCORSO DI POESIA SARDA - ACLI
Sassari, 2 agosto 2007.

Verbale nr 1


In data odierna il Segretario del Premio poesia sarda Acli Giovanni Scanu, coadiuvato dal settore folk e cultura sarda Franceschino Dettori, alla presenza di Antonio Strinna e Giampaolo Sardu, ha provveduto all'apertura delle buste inviate dai poeti partecipanti e alla successiva ripartizione delle opere nelle varie sezioni previste dal Bando di concorso.
Risultano pervenute nr 140 opere, risultate tutte regolari e dunque valide.
Gli adempimenti si sono svolti nel massimo ordine e nel rispetto del Bando di concorso.
La riunione di valutazione delle opere viene fissata per il giorno 24 agosto 2007, alle ore 16.00, nei locali della sede provinciale delle Acli di Sassari, via Roma 130, Sassari.
Ai singoli componenti della Commissione verrà puntualmente consegnato il complesso delle opere arrivate e repertate, gli stessi componenti verranno invitati formalmente al loro domicilio per la riunione conclusiva di valutazione.

Il Responsabile del Concorso
Franceschino Dettori

I commissari
Giampaolo Sardu
Antonio Strinna

Il Segretario del Concorso
Giovanni Scanu

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XIX CONCORSO DI POESIA SARDA - ACLI

Sassari 24 agosto 2007.

Verbale nr 2

In data odierna ha avuto luogo, presso i locale della sede provinciale delle Acli di Sassari, la riunione della Commissione esaminatrice per il XIX Concorso di poesia sarda promosso dalle Acli regionali con la partecipazione dei Sigg.

Nino Fois, presidente
Giovanni Fiori, commissario
Salvatore Luiu, commissario
Giampaolo Sardu, commissario
Antonio Strinna, commissario
Giovanni Scanu, segreterario

Ha presenziato alla riunione il Signor Franceschino Dettori, responsabile folk e cultura sarda Crei-Acli. I componenti della Commissione esaminatrice si sono presentati alla riunione dopo attento esame delle opere partecipanti. La riunione è iniziata con una riflessione generale sullo stato di salute della poesia sarda e in particolare di quello del Concorso, come pure si è discusso sull'aspetto linguistico e su quello tematico. Si è quindi preso atto, con soddisfazione, della notevole partecipazione di autori e di opere, soprattutto nella nuova sezione, quella dedicata alla poesia per l'anziano. La Commissione ha ritenuto di premiare genericamente le scuole, e non gli autori, che hanno partecipato alla sezione riservata alle poesie prodotte dai bambini delle scuole elementari.
Si è infine proceduto alla valutazione e alla scelta delle opere da premiare. Per ultimo si è provveduto a stilare le relative graduatorie.

Il Responsabile del Concorso
Franceschino Dettori

Il Presidente della Giuria
Nino Fois

Il Segretario del Concorso
Giovanni Scanu

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LE GRADUATORIE

SEZIONE A - POESIA IN RIMA
Antonio Piredda (Poeta improvvisatore)

1° Premio
“Su meriagu” di Priamo ARCA.

2° Premio
“Alas” di Maria Giocanda FIORI.

3° Premio
“Frori de fogu” di Raffaele PIRAS.

Menzioni d'onore:
“Peddhi nieddha” di Domenico MELA
“Bola” di Franco PIGA
“Bentulende” di Mario NURCHIS
“Ninnìa di l'alcu di l'olcu” di Riccardo MURA


SEZIONE B - POESIA SENZA RIMA
Ignazio Marras (Dirigente Acli)


1° Premio
“Aggj' iscioltu li 'eli” di Gianfranco GARRUCCIU

2° Premio
“Puru a lu bugghju” di Giuseppe TIROTTO

3° Premio
“Pessos ingroghidos” di Tetta BECCIU

4° Premio
“L'appuntamentu di la sirintina” di Giovanna M. MELA

5° Premio
“”Beni, beni, ben'enidu” di Ida PATTA

Menzioni d'onore:
“Cando ch'as a esser mannu” di Pietro SOTGIA
“Lu pesu di la grozi” di Francesco DEDOLA
“E' fazziri a imparallu lu durori” di Gigi NOCE
“Disamparu” di Stefano ARRU
“Dia cherrer torrare” di Luisa MASALA


SEZIONE D - POESIA PER L'ANZIANO

1° Premio
“Unturzos de attarzu” di Antonello BAZZU

2° Premio
“Est arvu su gesminu” di Sandro CHIAPPORI

3° Premio
“Nidu boidu” di Giuseppina SCHIRRU

Menzioni d'onore:
“Imoi” di Ignazio MUDU
“S'anzianu” di Antonio GIUGGIA
“Bisiones de 'etzu” di Nino FADDA”


FUORI CONCORSO
PREMIO DEL PRESIDENTE PROVINCIALE ACLI

“ALLELUJA – TORRADU A DOMO EST TITTI!” di Francesco DEMARTIS


SEZIONE C - Sottosezione M
Scuole medie

1° Premio
“S'arveschida” di Enrico SERRA

2° Premio
“Che su tempus” di Sebastiano SERRA

3° Premio
“Osile” di Francesca LEDDA


Menzioni d'onore:
“Libertade” di Michela Pittalis
“Triulas” di Maria Carmela Boeddu
“Sa gherra” Daniele Sagheddu
“Sos malcios” di Sara Bagedda, Eleonora Bassu, Maria Nonna, Michele Sanna
“Sos betzos de Osile” di Eleonora Bassu e Camilla Ruiu
“Sa serenada” di Pietro Palmas

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SEZIONE A - POESIA IN RIMA


1° PREMIO

“SU MERIAGU” di Priamo ARCA

Quando finalmente sono lontani sudori e fatiche, ecco che gli uomini si incontrano in un modo del tutto particolare: con le loro amicizie, sentimenti e passioni. Con la vecchiaia la memoria diviene più trasparente e anche più lieve, quella del proprio vissuto, della propria storia, ed è una memoria che spesso riscopre il senso di tante cose e che accomuna le persone. Dogni die s'incontran puntuales/ a narrer contos de sa gioventude.
Ma il tempo continua a passare e qualcuno d'improvviso si ferma, non risponde all'appello. Quelli che proseguono il viaggio, presi nel magma della malinconia, sembrano sereni e insieme rassegnati al proprio destino. Ma il poeta, che pure è uno di loro, veglia sulle loro vite sempre più precarie. Ben sapendo quanto hanno sofferto e combattuto fin qui, rivolge la sua preghiera a colui che tutto vede e a tutti può provvedere: Oh Deus, faghe chi rian ancora”.
Il sorriso, l'innocenza della vita, ogni respiro appare preservato in questi versi, che così preludono per questi vecchi al premio eterno. Su meriagu, in fondo, è gà riposo e pace, in questa trama poetica che con naturalezza diviene casa, con vasto giardino intorno, dove rime, ritmi e suggestioni -intessuti puntualmente dal poeta-, sono capaci di evocare l'amore sconfinato di una vita. Quella di un tempo e di un viaggio che ha visto uomini uniti anche nella sofferenza.

1° PREMIO

“SU MERIAGU”

Cando, sutta su pesu 'e sos beranos
s'ornine lassat impreos e fadigas,
si chircat tando personas amigas
prò passar'ora, tra sos anzianos.
E forman una bella cumpagnia
de animas istraccas ma serenas,
de gana ‘e vivere ancora pienas
unidas contr'a sa malinconia.
Bènin da ogni parte de sa idda
saludan e fritzadas bi aggiunghen,
e bogan, cando cun sa limba punghen,
de su fogu antigu un'ischintiddal
Dogni die s'incontran puntuales
a narrer contos de sa gioventude,
cando, fortes che roccas, in salude,
non connoschian dolores ne males.
Cantas dies e nottes an passadu
gherrende che isciaos prò sa vida!
Un'esistentzia 'e lottas infìnida,
cantu suore salìdu an fuliadu!
Como nachi est s'ora 'e su riposu
e gosare sa "cara" pensione,
ma cando ch'est derutta sa persone
tra males e fastizos non b'at gosui
Capitat chi unu isparit improvvisu,
non torrat ne rispondet a s'appellu!
E gai si riduet su drapellu:
Un'ateru ch'est boladu in Paradisu!
Faghen issaras pàsidos cummentos:
"De cale classe frt e cantos annos
che fit in pensione, sentz'affannos
e disizosu ancora de cuntentos!”
Gai su tempus sighin'a passare
de fattos paesanos faeddende,
contende folas e ischertziende
sètzidos in cuss'umbra a meriare.
Oh Deus, faghe chi rian ancora i
Ca sa vida gherradu an bastante,
dònalis pagh'e salude bundante
fin'a cando prò tottus benit s'ora!


2° PREMIO

“ALAS” di Maria Gioconda FIORI

Frugare nelle distese della mente può portare a smarrirsi tra i pensieri, tra i ricordi e anche tra i fantasmi del passato: ferite, dolori, ingiustizie. E così si rinnovano, ancora una volta, dolori che si credevano cancellati; di più, si scopre che niente è stato cancellato di quanto ci lega al passato. Per questo la poetessa, intensa e profonda nel suo crescendo di immagini, si lascia andare al suo più estremo desiderio: Truncare dia cherrer sa cadena/ chi dae tando mi tenet presonera.
E' presa dallo spavento, dalla pena e da una memoria che quasi la travolge, è un sentimento sempre più diffuso nei suoi versi, nei quali lascia che scorra tutta la sua vita passata: respiro e insieme sofferenza. Ma tutto questo è in fondo una catarsi, dopo la quale è possibile risorgere, rivedere una luce di pace, quella che filtra attraverso i sogni, dentro i quali trova le sue ali. Finalmente, almeno qui, può scrollarsi di dosso qualunque peso e dolore, può volare e immergersi nella natura, così che davanti a lei vede aprirsi nuovi percorsi, la vita le rivela un'altra prospettiva.
La poesia, ancora una volta, diviene consolazione, ci libera prodigiosamente dai fardelli, è capace di restituirci la capacità di volare, di dare un volto più vivibile alla realtà. Grazie a questi versi, necessitati dal grido d'una tormentata interiorità, il futuro si libera delle catene del passato.


2° PREMIO

“ALAS”

Mi perdo in sos padros de sa mente
In mes'a unu mar 'e pensamentos
Chi morigant fùndales de ammentos
E m'istringhent su coro malamente.


Isfùettende si pesant a trumadas
Sas pantasimas betzas remunidas,
nues de farfaruzas ingroghidas
m' abbìant feridas mai cugiadas.

In ojos si mi ponet un impannu
E làgrimas s'accerant mudas solu,
s'ischidant sas chimeras tott'a bolu
pienas de timória e de affannu.

Truncare tia cherrer sa cadena
Chi dai tando mi tenet presonera,
isprammo ammentendemi cuss'era
chi m'at lassad'in pettus tanta pena.
In sonnios ebbìa mi ponzo alas
Belludadas che pedalos de rosa
E n’istruttino che sa mariposa
Su pesu chi frazende m'est sas palas.
Pro un'iscutta nessi mi che falò
De sa frina in bona compagnia
Ninnada comente una popìa,
de cuss'assaniu dulche mi consolo.
Ciulant sos puzones canterinos
E m'appentant che una criadura,
m'isglorio iscultende sa natura
e si m'abberint ateros caminos.



3° PREMIO

“FLORI DE FOGU” di Raffaele PIRAS

A volte succede, purtroppo, che un fiore di fuoco, crudele e devastante, d'improvviso compaia sulla nostra strada e dentro la nostra vita. D'un tratto, tutto si rivela miraggio, illusione, anche un luogo tranquillo, che si credeva molto simile al paradiso. Po bosastrus no nc'est istetiu gosu/ ca svanèssiu luegu s'est s'arrìsu. Quel fiore di fuoco, quella tempesta inaspettata, ha travolto ogni cosa, ogni speranza, e ora non c'è neppure la fede ad addolcire il dolore, a ricreare sogni e speranze.
Anche i sorrisi dei bambini si spengono, non rimane che una luna fredda e scolorita, una luna impotente e persino senza fantasia, che da lontano guarda questi esseri morire lentamente, insieme alla loro innocenza, ai loro sogni.
Ma il poeta non conosce la resa: al dolore, allo sconforto totale, né alla morte. Non intende sottomettersi alla solitudine, pensa sia sempre possibile rialzarsi e ricominciare. “Ma chi non siada mai su disisperu/ a bìnciri e a si nai ca su beranu/ no d'heis a biri prus in benidèru... C'è sempre un terreno sul quale si può ancora coltivare, malgrado l'avversità di un fiore di fuoco; soprattutto, c'è sempre una nuova primavera per l'uomo, oggi e in futuro. A partire da questi versi, nei quali la speranza -viva e vitale- è già decisamente in cammino.


3° PREMIO

FRORI DE FOGU

Una luxi velàda in su stradoni
e unu frori de fogu fastigiau
faint biri s'acàbu 'e s'illusiòni
ch'in-i custas criaturas 'nd'hat istudau
sa promissa de genti chene còru
chi mudèndi sa boxi e sa bisùra
dda’hant fatas crei ca in mesu 'e s'òru
hiant essiri allupàu sa tristùra.
Ma cantu sunt is bias de sa tzitàdi
chi prenéis a de noti cun su pràntu,
mariposas chi seis in podestàdi
de chini cuddu bisu s'hat infràntu?
S'hant imbrutau, difatis, cuss'amòri
chi s'hadi apèna acùtu a s'amostài
cun cali gratzia e cun cali candòri
ddu depemis cun bàntidu portai.
Po bosatrus no 'nc'est istetiu gósu
ca svanéssiu luegu s'est s'arrisu
chi cun prexu amostàmis amurósu
bistendi prus de un'anima di ecisu.
No dd'hemis tenta in contu sa stracia
chi s'hat truncau sa groria de sa vida
chi de su coru aìci s'est fuìa
fendi scolai pò meda sa ferida
chene mancu s'agiùdu de sa lùxi
capatzi custu mali 'e fai fìniri,
de s'abrandai is penas e s'indùxi
de bisus e di abètus a s'istiri.
Non s'est abarrau, addùncas, che sa luna
chi no tènit coloris ne pinzéllu
e su chi pòdit fai de sa tribuna
est de si biri morri a béllu a béllu.


Ma chi no siada mai su disispéru
a bìnciri e a si nai ca su berànu
no dd'heis a biri prus in benidéru
ca lompi pòdit sèmpiri sa mànu
ch'in custa lèura scìt sonai ancóra
cuddu sulitu chi 'òcit sa bregùngia
e fàidi chi sa noda sbeliadòra
'ndi bòghidi de is corus donnia arrrùngia.

Raffaele Piras


“PEDDHI NIEDDHA”

N'è zucchendi jianni e di pultali
in celca di vindì robba baratta,
la giunnaddeddha ancora no l'ha fatta
ne riloggi ha vinduddu ne occhiali.
Polta cun pesu lu so capitali
e la faddigga l'è dendi cumbatta,
par'invuchendi a Deu e calchi Santu
pasendisi a l’ampedi dugna tantu.
Di la so peddhi pari valgugnosu
chi fattu si polta un altru pesu
genti ch’incntra unibè l'hani offesu
a dugn'affrontu è sempri timorosu,
vinendi l'intindia lamintosu
che umbroni addananzi mi s'è arresu,
in terra ha ilpoltu la so balisgjieddha
ch'haìa strintu la so manu nieddha.
A beddha vilta ha ispoltu la butrèa
pa sciuarà di tuttu lu chi haìa
e cun bona manera mi digià
no hagjiu vindudd'i la giunnadd'intrea,
ma s'è assulteddu a la prupolta mea
cand'aggjiu dittu " nuddha mi silvia ",
si lamintava che un picinneddhu
aggiuddami, chi soggu un criltu nieddhu
Soggu in chiltu mondu un pelduleri
sempri malviltu puru candu viaggjiu
travessu mari e terra e cosa n'aggjiu
poaru soggu in tutti li maneri,
sott'a li ponti drommu celti seri
senza lettu e senza mai incarraggjiu,
di migliurà più non n'aggiu affìccu
solu lu schiavu, possu fa a lu riccu.
Mi lu diggìa babbu, ch'è anzianu
fìgliolu, pa la to peddhi, no migliori
poi divintà un ziraccu paltori
ma s'è da la to jienti umbè luntanu.
Si inogga n'hai di risu calchi granu
ti campi i la to terra cun onori
pa noi no esci ne soli ne luna
ed emmu nieddha puru la fultuna.
Fraddeddhu, in chiltu mondu d'arroganza,
li matessi diritti Deu ci ha daddu,
no essé pa lu culori dilpiraddu
puru si campi cun poga abbundanza.
No t'affliggi e n'aggji la spiranza
si pa chiltu caminu, t'assignaddu,
Deu t ha rigaladdu un cori bonu
pa essé più riccu tu di lu padronu.

Domenico MELA



NINNIA DI L'ALCU DI L'OLCU

Anninnia abali colcu
La me’ senda cun chidd'olcu
L/olcu malu innant'a l’alcu
Chi si drommi subbr'un calcu
Chiddu calcu di culori
Anninnia lu me' cori
Chi s'incendi da chi piói
Illu celi ill'occji toi
Vi so stiddi più di middi
Siddu ridi ti li piddi
Anninnia pidd'e polta
Calche sonniu un'alta 'olta
Datti 'olta soli meu
Chi cu' l'olcu drommu eu
Tandu dròmmiti però
Anninnia ninna oh

Riccardo MURA


BENTULENDE

Bentula bentula core anzenu,
cantu ses bella in mesu a s'arzola.
Riende cun grascia in mesu a su fenu
a dogni asciada su coro m'imbolas.
Biadu a su 'entu chi t’est tochende,
intro 'e su 'estire ti faghet carignos,
tota sa carre t'est connoschende
e t’est basende sos ojos tuos dignos.
Bentulende bentulende
mi che so' innamorende:
tue gioghende e cantende,
deo mazende e suspirende.
Bentula bentula fiore de rosa.
Como tue giughes respiru 'e su 'entu
e sos colores de cara de isposa.
Biadu a maridu chi faghes cuntentu.
Ascias e falas sa corvula 'e canna
e risitende remunes su ranu.
Deo de afìanzos ti tia fagher manna
sempre amendedi in ierru e in beran
Bentulende bentulende
mi che so innamorende:
tue gioghende e cantende,
deo mazende e suspirende.
Bentula bentula, a s'ojada mia
as (a) furriadu sa cara suerada
e como chi l'ischis chi ti cherìa
serras sos ojos a s'abbaidada
Como su 'entu si ch'est falende
e sas pitzinnas si che sun andadas.
Tue che Diana in s'arzola aisetende
a mi preguntare de cussas ojadas...
Bentulende bentulende
mi che so' innamorende:
tue gioghende e cantende,
deo mazende e suspirende.

Mario NURCHIS

“BOLA!”

* Litera a unu giovanu ch’ est paltìnde prò trabagliu.

Como ch'as postu pumas prò 'olare •
atenziona e, totu cunsidèra:
mira ogni nue chi b'est in s'aera
ogni giàssu7 inùe devs colare,
e sighi, cun fortuna a atraessare
de sa terra ogni istrada e caminera.
Puit'est in s'andare chi sa vida
porrit cantu de mezus podet dare,
cando cun bantu, benit a mustrare
virtùde chi teniat costoìda
e chi como cumparit, afortìda
e bia, pronta a vivere e tucare.
Est como chi si podent seberare
sos ammentos ch'ant postu raighìnas,
sos chi mezus dimustrant sas dutrìnas
ch'as chèlfìdu e ch'as potidu imparare,
cussas eh'a una a una e tótu umpare
ancora aprendes, mudas e afìnas.
Ma, a uè est currìnde cust'ischire,
uè movent bideas e intentos ?
A inue los giughes sos ammentos,
chirriàdos2 pensende 'e indulchìre
pensamentos, proende a pessighire
maliconias chi pedint mare e bentos?
Mi naras ch'est sa vida e ch'est dovére
e ammito e cunfìrmo sa rejone,
ca isco ch'est bisonzu o passione,
chi custa Terra, puru s'at podére,
non podet cuntentare a piaghere
cantos isetant sa bon'istajone.

Penso chi iscas e ch'epas puru intesu
cantu punghent e dolent sas memorias,
e cantu siant beras sas timorias
chi nos giughimos fatu andende atesu,
ca semus Sardos e, bene amus apresu
preju e valore de antigas glorias.
Ma tue bola, bola in altu e lea,
e a cantos bi nd'at in cussu logu
mustralis ch'est un'ateru su giogu;
chi cumprendant ch'est àtera s'idea,
ca sunt fìninde buglias e belèa5
sas chi daìant risu e disaogu<
Ma ista atentu, non fùat dae manu
su cannau5 chi cheret bene astrintu,
uè a s'ateru cabu ogni custrintu6
cumpagnu e amigu ch'est lontanu
mai chilchet o t'isetet invanu,
ma, tzeltu 'e t'agatare tiret cunvintu.
Franco Piga


SEZIONE A - POESIA SENZA RIMA


“AGGJ' ISCIOLTU LI 'ELI” di Gianfranco GARRUCCIU.

Che cosa suscita in noi il desiderio di ricominciare, di rimetterci in discussione e dunque di affrontare nuove difficoltà e nuove prove? E' quasi un mistero. Ma poco importa. Comunque succede qualcosa ci chiami, improvvisamente, dentro e fuori di noi. Così il poeta scioglie le vele, lascia un mondo conosciuto e sicuro e si avvia verso sponde nuove, ma incerte. E incerto è il viaggio, fra onde altissime, per affrontare le quali servono tutto il coraggio possibile, e intanto il porto è lontano, oscuro. “No vicu più lu poltu/ e la custera s'è fatta un filu fini...”
Rimane il sogno di cambiare la propria vita, di arrivare da qualche parte, sollecitato da qualche inquietudine, mentre la realtà è immersa in acqua salmastra e chiede un prezzo che non si può prevedere, tanto meno misurare. Siamo tutti marinai, senza sosta, “marinai impruisati, soli illu disaffiu. E allora, in balìa di una attesa solitaria, non dipendiamo più da noi, piuttosto da un'onda, dal vento, persino da un suono, un suono dolce come quello d'una cornamusa. Siamo proprio ignari di qualunque destino. I versi, come vele sciolte, arrischiano ugualmente nuovi sentieri, sfidando se stessi e inseguendo le profondità dell'uomo e della poesia. Ecco perchè armonia e bellezza, qui intrecciate nella loro naturalezza, non sanno mai di vacua levità, risultano invece necessitate da ineludibile desiderio di rinascita.


1° PREMIO

AGGJ'ISCIOLTU LI 'ELI
Aggj'iscioltu li 'èli
pal curri dizzisu a spundi nói
e lacammi addarétu chistu locu
'ecchju e stantìu dipaesi amenu
in cantunatì frìti come lu granittu.
L ' aggj'isciolti pal di più
a l'undi inchietti
undi no v'è la celtittù
si no che lu 'entu
chi cun folza spigni
trasginendi la me' balca
inn 'altu mari.
No vicu più lu poltu
e la custéra s'è fatta un filu fini
in chissa làccana dulci
'eldi sera
chi la dividi da li culóri in celi.
E m'infundi chiss 'ea salamastra
chi a li me’ piai proccura
altu dulóri, altu lagnassi
illu dannà d'un sonniu a occhji abbalti
chi cilca tarra o spundi und'arrimassi.
Abà so bianchi l’undi
alti come mai..
undi sfidiati e pronti
a pruà lu me’ curaggju
e a sciuddì pa' semprì
gjugn' ùltima trubbéa
chi m'arrineca...
E eu... marinaiu 'mpruisatu
solu illu me' disaffìu
ambaru d'intindè
maccari da una cala rimusa
lu sonu suai e tantu attésu
d'un'alta carramusa.

Gianfranco Garrucciu


2° PREMIO
“PURU A LU BUGGHJU” di Giuseppe TIROTTO


Una madre e un figlio, lei sarta e lui studente, tutt'e due decisi a sconfiggere il sonno e la notte. La vita continua anche nel buio, così il lavoro, lo studio, e del resto anche al di fuori della casa la vita prosegue la sua corsa affannosa e persino rumorosa, soprattutto certe notti d'inverno: quando il vento fa parlare le piante, il mare, i canneti. E come se non bastasse, si affacciano anche i fantasmi, gli spettri, paure lontane e oscure. Ma il sonno non arriva, un figlio combatte sopra i suoi libri presi in prestito e intanto la madre taglia e cuce “l'anni frazzendesi innantu/ a li vistiri che sistava di gessu”. La vita mostra tutto il suo peso, il suo vero volto, anche nei gesti della donna, mentre la impegnano nel corpo e nella mente, e intanto prefigura il futuro trasformando i suoi gesti in simboli, non più soltanto fatica, non più soltanto tensione.
“Moi la riga quasi fùssia/ una spada e lu gessu che araddu”. E sono simboli, questi, che sembrano scandire i passi dell'uomo, di oggi e di domani, e insieme scandire la voce risuonante della poesia, riflessa in tutta la sua estensione dentro uno sguardo che armoniosamente contempera durezza e dolcezza. Ecco che lavoro, studio e attesa del sonno divengono infine un sorriso di madre, un'allegria discreta come discreta è la reciproca compagnia. E così il buio, animato da un quadretto di vita quotidiana, si illumina di poesia.


2° PREMIO
PURU A LU BUGGHJU

Puru a lu bugghju lu sonnu si fagìa
disigià, massiniu in certi nuttaddi
d'inverni, candu fora è una mìmmula
lu ventu e tuttu cun eddu bogi ,
piglia, li pianti, li teuli, li canni,
e furriosu lu mari schiglia in neuli
di sciumma, abbondi scogli e disisperi.
E più fora si stintinnàvani li speri
di la notti, più drenti! casa (o drentu a me?)
una pagi sinzera vi ciucciava,
massimu s'érami tutti aggrundaddi
in chissu corpu di vacca ch'era casa.
E tandu arrivava l'ora nostra,
l'ora vigghjadda mea e di mamma,
tutt'e dui di lu sonnu innimmigghi,
eu stirruddu i la cuscia di la càmmara
undi si cusgi affinèndimi l'occhji
cu' li libri pigliaddi a imprestu
i la biblioteca di scola,
edda l'anni frazzèndisi innantu
a li vistiri chi sistava di gessu
e di babbiri i la mesa bona puru
pa' lu pani i li freschi mangianili
chizzuliani, udurosi ancora
di branili. Moi la riga quasi fùssia
una spada e lu gessu che araddu
i la laurera, pogghi segni secchi
e pricisi chi tutta la menti pàrini
ciucciassi. E inveci cumente
sempri si vòlta a figghjulà
a me chi a occhji aberti la spidrieggju,
Pari quasi mi voglia chjaggarà
ma si vedi chi aggradissegghja
la cumpagnia discreta
chi li càrrani l'occhji mei impristaddi
da lu sonnu chi no veni o chi no vogliu fa vini.
Mi ridi ed è véra alligria, puru
s'inzinnudda m'urdinegghja di drummì,
eu m'accunortu a chissu ghjoggu
di li parti, ma mi basta chissà
carezza antigga e calda
pa' fammi accalighjnà sirenu
a lu sonu di la macchina chi cusgi,
dolci dolci che musica di Jesgia...
Tratratrà, tratratrà, tratrà, tratrà..., tra...

Giuseppe Tirotto


3° PREMIO
“PESSOS INGROGHIDOS” di Tetta BECCIU

I passi portano lontano, di stagione in stagione, e mentre si cammina senza sosta -nel silenzio dell'anima e del tempo-, guardiamo necessariamente avanti, ma talvolta lo sguardo è rivolto al passato. Gli anni ingialliscono, insieme a passi ormai lenti e pesanti, e la loro suggestione diviene sempre più forte, soprattutto quando ci riportano indietro nel tempo. Ballana/ die e notte/ sos pessos ingroghidos”. E in questo continuo danzare c'è tutto il gomitolo della vita, che si srotola a ogni pensiero, di sentimento in sentimento, con visioni imprevedibili che sembrano ancora nuove, certo preziose e irrinunciabili.
Tornano anche antiche speranze, fantasmi e sogni riposti, attese senza risposta, proprio tutto ritorna “intro unu mare mannu/ de nues abbolottadas”. E' la vita, specialmente se irrisolta, quella che si agita in fondo al cuore sino a far nascere un'altro mondo, in un'altra dimensione, un mondo straordinario che può vivere e amare soltanto chi sa apprezzare il fiore della solitudine. E questo fiore è proprio qui, fra questi versi dolenti, di profonda trasparenza, coltivato come un amore nuovo, affrancato dalla quotidianità come dal tempo.


3° PREMIO

PESSOS INGROGHIDOS di Tetta BECCIU

Ballana
die e notte
sospessos mios ingroghidos
che, mariposas de luna
oros oros
de su riu turmentadu
'e su coro.
Currene a trumas
in su terminu 'e s'anima...
e siperden chen 'aschidas
in campuras de aggheju.
Abbanzana
sa notte
cunjubilos de mudesa...
e che l'isperdene
subra muros de pantasimas.
Sas dies passan mudas
in su caminu sinnadu
'e saspeleas...
rosighende
sa tela 'e sos bisos.
E s'anima...
intro unu mare mannu
'e nues abbolottadas
morigat e affungada
in su coro istrazzadu
dae antigas isperas mudas...
e fremeiche fiore 'e solidade .
sutta su chimentu 'e sos \entos
de un ' atera istajone.

Tetta BECCIU


4° PREMIO

“L'APPUNTAMENTU DI LA SIRINTINA”
di Giovanna Maria MELA

C'è un microcosmo naturale e insieme caratteristico, in questa poesia. Difficile non notarlo, per la poetessa, entrare nella scena senza esserne coinvolta. Si direbbe che questi versi siano proprio il luogo dove alcuni vecchietti si incontrano puntualmente ogni sera, rappresentano infatti la stessa dimensione dove pensieri e sentimenti, tempo ed esistenze si intrecciano sino alla morte. “A vidilli,/ igniriati a la panchina/ lu gori mi ssi moi/ e mi cummou...” In mezzo a questi, la poetessa vede il proprio padre, come quando anche lui stava lì, confortato da quella fedele compagnia.
Adesso è lei che si avvicina, per istinto, è lei che sorride e scambia due parole, quasi si sostituisce al padre. E' spinta, in fondo, dal desiderio di restituire quanto ha ricevuto proprio da questi vecchietti, dal loro appuntamento serale, come fosse un tesoro -antico eppure sempre attuale-, da condividere ancora una volta. Questi versi, densi e insieme discreti, paiono venirci incontro, muoversi della stessa levità che muove l'amore. Grazie a loro il cuore e la mente colgono più profondamente la luce e il calore che sprigiona da un semplice incontro serale, quello di cinque o sei vecchietti in una piazzetta davanti alla chiesa.




APPUNTAMENTU DI LA SIRINTINA
Aspettani
chidd'ora dugna dì
pa iscì di casa e accìappassi.
So appuntamenti seri e fissi
impultanti pa lu cori e pa la menti
e so quasi sempri li mattessi,
si pò di sempri li stessi.
Candu passu
illa piazzetta di la jesgia
mi jiru a vidilli,
e salutalli,
e iddhi
pusati,
illu mureddhu o illa panchina
so chi
pa passà la sirintina.
So passendi
un pagghju d'ori in cumpagnia
discutendi, raccuntendi
e, poddassi .....critighendi.
Dui risati si so fendi
ascultendi.
di chistu, di chiddhu
o di chiddh'altu,
ciacciari e mintoi
di fatti, invintati o ghjà suzzessi,
e agghjugnendi
calche cosa chi no è vera
o ripitendi cosi mal cumpresi.
A vidilli,
ighiriati a la panchina
lu cori mi si moi
e mi cummou,
vigu a babbu
pusatu in mez'a iddhi,
commu v'era,
ciavanendi, candu z'era.
L'istintu mi polta a accustammi
pa dunalli
un surrisu e dui faeddhi,
e furalli, pa addugammi
che trisoru bè cuatu,
amori e bon parauli
chi m'hani rigalatu.

Giovanna Maria MELA


5° PREMIO

“BENI, BENI, BEN'ENIDU” di Ida PATTA

Ci sono notti in cui, chissà perchè, non si riesce a dormire, non c'è riposo. Il silenzio si popola di tuoni e il cielo sembra quasi venire giù. Il silenzio e il cielo vogliono forse dirci che qualcosa sta per accadere o invece già accade, oppure ci vuole annunciare qualcosa? Forse quei tuoni e quei lampi sono anche dentro la nostra coscienza? D'improvviso qualcuno bussa alla porta, qualcuno con la bisaccia vuota, vuota di pane e anche di speranze. Come potevo dunque dormire, pretendere un tranquillo riposo? sottintende la poetessa. Addio sonno, inconsapevolezza di un mondo che soffre e non ha un brandello di pace.
Beni, beni, ben'enidu/ a domo mia, frade de su mundu:/ una perr'e pane/ cumparzida paret prus”. Ecco l'accoglienza con la quale la poetessa riceve questo pedidore bregunziosu. Ma soprattutto ecco la scoperta più profonda, più grande, quella che fa dire alla poetessa: “Is chelos funt'arrabiados/ po is fainas malas de sa terra...” Ora, sotto lo stesso tetto, si può dormire insieme, serenamente, e attendere una nuova alba. La poesia, per sua natura, si nutre di vitale armonia; e qui puntualmente si compenetra nell'armonia della vita, sino a incarnarsi nella convivenza umana.


BENI, BENI, BEN'ENIDU!

Tronos tzaccurradores
lassaemi drommire m asseliu !
Custos tzunchios de chelu
m'istratallant s'anima
e no arrennescio a iffricire sonnu!
In s'itantis, tue,
pedidore bregungiosu,
in custa notte inchieta
mi toccas sa porta,
a dasiu, a dasiu
e mi pedis apprigu a boghe lastimos
Sa bertula, buida
de pane e de isperantzias
t'apprigat de s'istrasura
is palas nudas...
Beni, beni, ben'enìdu
a domo mia frade de su mundu:
una perr'e pane
cumparzida paret prus.
Oe, sa bentre mia est sustenta
po esser parzidu cun tegus,
su foghile
e custu pratu langiu
pren'e ternura.
Is chelos fùnt'arrabiados
pò is fainas malas de sa terra
e tzunchiant pranghendo
po su becciu abbandonàu.
Aperi sa porta a su pellegrinu
disdiciàu,
issu puru est frade tòu:
beni, beni, ben'enìdu
naesiddu tue puru
pò un'abbreschidorgiu nòu !

Ida Patta


DIA CHERRER TORRARE di Luisa Masala

In sa pèntuma ‘e sa memoria
s'ortigheddu 'e sa pitzinnìa
arrIbat un'arvure 'e melagrenada.
Fruttos cun risittos de fogu
giamant a s'ammentu
sabores. e colores antigos
chi sa ‘ucca nutriant e-i s’anima.
Ma su mureddu. 'e pedra
- làcana a s’universu -
chi cun bratzos poderosos m'abbratzàit
murrunzat lìtanias de tristura
prò' sa possentzia "transìda»
Inganàdu 'e ischire
gìompaìa cussas pedras
como rotzìgàdas da-i su tempus.
Puru s’aera che deo malincuniosa
carignat sa domo mia dirrutta
e-i sas nues chi - che-i su destinu -
ant giambàdu colores e formas:
Non pius anzones biancos de nìe
in sos pàsculos biaittos de su chelu
ma crabolos orrendos
che assustos torrados a bida.
Non pius bolos de àes ciulende
ma nues de rapàtzes
chi 'èttant in sa terra umbras de morte.

Cus-bu est su chi restai
de s'incantu 'e sa pitzinnìa?

Che rùndinas semus partidos
disizòsos de unu destinu pius birde
bistentèndenos a regoglìre
sos fruttos madùros
de rimpiàntos cubidos
e perdimis . su caminu prò torrare
in su desertu indeoradu ‘e su mundu»


Cantu dia chèrrere
- non solu cun s'ammentu -
carignare càras e tràstos
in s'incantadu lugore
de su nidu ‘e sas matemas anninnìas
e-i s'allegria povera ma vera
chi solu dat sa paghe!
Ant a rier - finzamèntas –
sas melagrenadas de su coro
in custa vida 'e isettos perennes?
LUISA MASALA


CANDO CH'HAS A ESSER MANNU
di Pietro Sotgia

Cando ch'has a esser mannu,,
o pipiu 'e custas dies,
nois
eh' amus a esser innedda...
e galu cravande
sos ocros a terra,
pò sa irgonza!
E tue
incredulu 'e tene ettottu,
nd'as a àere, imbetzes, piedade.
Non fìt custu s'irvettu
de su primmu prantu
'e sa vida
in sinu 'e mamma tua !
T'as a ammentare
'e sa nostra
Boria macca
de 'incher "s'inimicu"
brujande
s'àtera perra 'e mundu,
che in dunu gioco video
parpande unu buttone
(che-i su tastu d'unu Pianoforte,)
groriandesi 'e sa morte.
E de cando,
s'imbentu 'e
sa barchitta 'e sos chelos,
s'ommine
che-1'hat zuttu lontanu,
e de tene
si-nde achet un'iscudu,
(che ozettu inanimau,)
e zocu
pò insanos disizos...
Cando ch'as a esser mannu,
as a colare in chilivru
tottu custas brutturas
de s"'Epoca 'e s'Oro,"
de coro remmitana.
PIETRO SOTGIA


LU PESU DI LA GRÒZI
di FRancesco Dedola

A cuntà li chi sùffrini
è cumenti a cuntà l'isthelli;
o li passi a lu tempu: ,
no vi s’ arrìbi mai !
M'aggiu posthu la prigonta
di cantu pòssiani asse;
aisettu ancora la ripostha?

A vidé, si vedi ch’è umbé
la genti liadda in grozi
paddèndi e prighendi -
a Deiu e a li santi
achì ni li bògghia in bè.

E i1 l'isettu di l’allébiu
impruraddu, l'ori e li dì
fuggìni che lu ventu
i' li piggi di lu tempu.

Soru ca v*è incrabaddu
a la gròzi po' sabbé
cantu pésia la grò zi?
'

FRANCESCO DEDOLA




È FÀZZIRI A IMPARALLU LU DURORI
di Gigi Noce

La primma ischurivitta
è dadda cun amori
ma ti z 'entra i 'la vidda
cun durori
e poi la primma denti,
la casciara minori
lu ginocci imbucciaddu...
e chiss 'occi biaittu
chi un cagnottu ha incuntraddu
èfàzziri a imparallu lu durori!
chissà predda di còipu
tutta puntudda e niedda
m'ha fattu tuzzinà
più d'una chedda
poi è passadda cussi
... chi gran primori!
era già ischuminzendi a cumprindì
chi...e ' fàzziri a imparallu lu durori
m 'aggiu ipusghaddu un diddu
truncaddu l'ossu sacru
vint 'anni soggu isthaddu in apnea
drummendi cun d-un occi attrauccaddu
pa no fammi futtì da chiss 'Isthrea
...èfàzziri a imparallu lu durori!
è mortha mamma,
babbu
...e daboi tu
ma eu... abìa già imparaddu

Gigi Noce


“DISAMPARU”

Caminos istrintos
giughent a una vida
de cascos
de piantos
posca 'e sa bundantzia.
Su tempus malefadadu
imprentat semos ruosos
in sa cara disisperada,
dae s'ermosura perdida,
de chie est lassada in disamparu
dae sos afetos pius caros.
Ite tristura s'apusentu boidu
nidu de amore de dies diciosas!
Pistighinzos de temporios
pessighint bisos isbambiados
e t'ingiaitant
a sa duresa de oe:
unu biculu ‘e pane,
deris addolumannu istrobadu,
oe sinnat s'iscanzada a su ‘ighinu
cun tragios antigos
de balentias sagradas.
Mancari rànchidu
nuscat de caridade,
atzendet lumeras de ispera
de chintas timanzadas.
Par’animu, sorre!
Non ses sola!
Su sole de giustiscia
chi naschet dae s'Artu
t'acumpagnat
pro torrare a dare sensu a sos passos tuos
si ti leas s'imbitzu de atraessare
sa gianna istrinta Sua,
ca insegus b'est s'avreschida
de "Chelos noos e terra noa ".
Stefano Arru




SEZIONE D - POESIA PER L'ANZIANO


1° PREMIO
“UNTURZOS DE ATARZU”
di Antonello BAZZU

In questa nostra terra non c'è uomo, soprattutto se vecchio, che non porti con sé un pezzo di storia sarda. Storia e consapevolezza di essa, talvolta sino alla sofferenza per le sue sorti eternamente precarie, nelle mani di qualche padrone più o meno visibile. Il poeta, in particolare, in quanto lievito, fa emergere la nostra realtà, anche la più dolorosa, la più più remota, dal buio dell'oblio e della menzogna, come dal mare dell'indifferenza. La fa decisamente emergere illuminandola con i suoi versi -frammenti imparziali-, così da scoprire che cosa vola sopra le nostre teste, sovente confuse: “unturzos malos de atarzu/ appuddados in chima/ de sos menzus montes nostros”.
E non sempre sono avvoltoi venuti dal mare, no, siamo noi stessi che a volte indossiamo il potere soltanto per soddisfare i nostri interessi a discapito dei poveri, degli ultimi, degli indifesi. Poeta maledetto, capace di sognare e insieme di disperare, ma comunque in attesa che un giorno arrivi un vento così forte da travolgere quei rapaci “chi nos cheren su coro mossigare/ e pro sempre tudare sas isperas”. Questo novello Don Chisciotte, come egli stesso si definisce, porta con sé un'anima profonda e visionaria che fa della sua poesia un viaggio rapsodico, capace di evocare e insieme di richiamare la coscienza di noi sardi: così ritroviamo il grande vecchio del quale tutti ci sentiamo parte viva. Storia e memoria, in definitiva, consapevolmente in cammino verso il futuro.



UNTURZOS DE ATARZU

No est sempre
chi 'enin dae su mare
sos males nostros,
cuàdos sun a bortas
in sa faltza cussentzia
dei cuss'identidade
a peràulas ebbia
chi prò unu punzu 'e 'inari
nos faghet atzetare
unturzos malos de atarzu
appuddados in chima
dei sos menzus montes nostros
molinend'alas a ispargher birgonza
in cara a sos nuraghes.

Nd'azis gana 'óis,
iscuderis fìdados,
abbistos Sancho Panza,
de ruspire sententzias:
narades chi mulinos sun ebbia
e chi àrvures intamen, de bisare
bisonzat! Àrvures birdes
a chedda 'e piantare
in giru in giru
a donzi mulinu pesadu!
... Nd'azis gana 'e bisare!

E duncas accomi frades!
Novellu Don Chisciotte
contr'a tottu prontu a gherrare,
tichirriènde a sa luna
su disisperu meu,
cun s'afficu chi 'enzat una die
de 'entu mastru beneitta e manna
una 'entuliàda
a ch'imbolare cuddàe de su mare
cuss'iscera 'e abilastros
unghidores
chi nos cheren su coro mossigare
e prò sempre tudare sas isperas.


2° PREMIO
“EST ARVU SU GESMINU” di Sandro CHIAPPORI

Incute timore l'inverno, prima ancora che venga. Così è la vecchiaia. Ma l'inverno non viene invano, e neppure la vecchiaia. Il bianco del gelsomino -come dell'inverno e della vecchiaia-, è ancora lì, incancellabile, capace di resistere al tempo, per questo non dirà mai addio a chi l'ha amato. Il poeta può vedere e persino ascoltarlo, il gelsomino, nel suo infinito candore, e ascolta infatti il suo discreto sussurrare, il tintinnare delle sue corolle, mentre viene accarezzato dalla rugiada nel silenzio profondo della notte.
Se l'inverno continua, se continua la vecchiaia, anche lì sotto la neve, vuol dire che continua anche la vita, perchè è proprio questo che vuole l'amore, rifiutando ogni separazione e ogni partenza. Ed è sempre l'amore, in qualunque stagione e realtà, che ci dice: In foras,/ est arvu, arvu su gesminu/ chi parit nie”. Con questa accorata delicatezza, con questo composto dolore, il poeta si propone e si impone sviluppando uno stile del tutto personale, capace di misurarsi con nuove ragioni e nuove prove. Come i vecchi ginepri, ci sono qui poesia e vita, indivisibili, che ancora una volta fanno sbocciare fiori duraturi.


EST ARVU SU GESMINU

Fintzas su tzinnìbiri béchi,
atesu faci a mari, intzeurrat:
est su 'èranu ch'est torrau
e tandu poita mi naras
ca imbeciaus debbadas?
Incaraus in sa fentàna:
calat arpioni a piotu
s'arrosìna notesta
e fai trìnniri su frori 'e su gesmìnu.
Castiaddu... est aici arvu
chi parit comente is frocus de i-cussa nie
chi s'ind'est andàda s'àtera dì.
Naras ca is arrundìlis
iant essi dèpiu giai torrai...
ant a torrai, as a beimi' a bì',
ma fìat bellu acitotu
impari cun mi i
abarrendi asuf'e sa nìe.
Corumiu...
as tìmiu aici meda s'jerru
ca a bortas is ogus tuus
pariat ca mi naressint "adiosu".
Ma beni a innoi, ascurtamì...
'eni c'andaus a intendi'
su trìnniri de su frori 'e su gesmìnu.
Ascurtaddu custu trìnniri druci...
custa arrosìna
calat a piotu a piotu notesta
pròpiu comente fai sa nìe
in su tempus fridu de is timorìas tuas.
Mi... immoi ddu scis tui punì
e m'arregalas unu schiringiu 'e arrisu
stringendimì forti sa manu.
In foras,
est arvu, arvu su gesmìnu
chi parit nìe.-

Sandro Chiappori


3° PREMIO
“NIDU BOIDU” di Giuseppina SCHIRRU


C'è un nido vuoto, adesso, nella vita di una madre, perchè i figli sono volati via, lontani da lei e comunque distratti dalla loro vita. Ma una volta era affollato, ricolmo di amore e di speranza, non soltanto di povertà, quel nido che per lei ancora oggi rimane caldo, nella memoria e nel cuore. E così continua a ricordarlo, ogni giorno, felice di averlo realizzato con tanta, felice soprattutto di aver messo al mondo tutti quegli uomini. E ricorda come, lei con il sorriso dipinto sulle labbra, la sua allegra nidiata saziasse la fame. Alla fine, dopo una leccata alla pentola e un bacio rubato ai figli, si sentiva ugualmente felice, malgrado il suo stomaco reclamasse invano un piatto di cibo.
“Pessende bi ses como a cuddos annos” scrive la poetessa “e ses bidende una mama amorosa”. E poco importa se, come allora, quei figli non vedono la loro madre, sola e sacrificata. L'amore sa sempre come e che cosa dare, e non si aspetta che di vedere gli altri sereni e felici, soprattutto i figli. Nella grazia di questi versi -essenziali nella loro naturalezza-, c'è tutto il senso di donazione, sino all'eroismo silenzioso, che rende una donna la più degna, la più preziosa possibile.



NIDU BOIDU

Familia manna
a s'ora de bustare
sos fizigheddos, lestros,
inghiriaiant sa banca, apparitzada
cun paga grascia 'e Deus de cumpartire.
Pro cossolare totta sa nidàda
mastr'ingeniosa fisti:
Risu pintad'in laras.
Cun oju imperladu e bula istrinta»
(pro las trattenner, lagrimas de sale)
t'accurtziaias appianu,
Cun lestra e lebia manu
lis pienaias sos piattos, nende le'...
cust'a tie, e a tie, a tie...
Ciarrulittende, chentza s'abizare
chi tue no ti setzias
e sa padedda, a cua, la linghias.
Sos puzoneddos, pienos de appittittu
mandigaiant alligros e cuntentos.
Fit s'issoro risittu
chi ti cumpensaiat de onzi cosa.
A notte e a die
chenza ti dare pasu
Pro recumpensa e gosu.
t'abbastaiat unu 'asu
mancari mucconosu e fuidittu.
Sempr'in disizu fisti, de reposu,
ma cudd’ iscutta, mai s'acciappaiat!…
Curret sa vida...Curret in lestresa!
Ses betza como, e sola in die de festa….
Sos puzoneddos sunt tottu bolados
a fagher nidu nou, in aterue
e paret,chi si sient ismentigados
de cudd'amore chi l'as dadu tue.
Abbaidende in giru in chirca 'e cosa ^
pessende bi ses como, a cuddos annos
e ses bidende, una mama amorosa
ch'at tribuladu, prò los fagher mannos.
Giuseppina Schirru



S’ANTZIANU

Cando s'edade leat sa falada
calchi die in pius, ite ricchesa.
Si podia l’aia comporada
ca s'affrontat prò viver ogn’ ispesa

Ma preju 'e la pagare non bi nd’ada
contro a sa fine non balet difesa
mi cuntento 'e calcuna regalada
a s'edade c'ap’ eo a sa ‘etzesa.

Ateru non mi restat che pregare
pro cando ‘enit chi m'agattet prontu.
Cun s'isperantzia de vivere ancora.

Ca est issa s'ultima a mancare.
Ogni die nd’ aggiungo una a su contu
Addaghi lugher die bid'ispuntare


Antonio Giuggia



IMOI

Imoi
ca s'urtimu 'entu
nd'at istudau su fogu
chi ancora tenìat
aintr^e custas venas. ,
Imoi
ca su Tempus
làssat s'arrastu
in sa carri nostra
e in su sprigu
giài si castiàus
is tavellas fungùdas
de custas caras frunzìas...
Tui imoi, chi podis,
agatamì òi
is fùeddus beni assetiàus,
in su sciri cosa tua^
pò arreprèni
custu citiri tropu longu
de is ièrrus nostrus
passaus impari
asut'e is lentzòrus.
In s'ìnteris chi
su Tempus chi abàrrat
sìghit a abruxai
pò fìntzas a s'urtimu folliu
su liburu nostru antigu
de is arregordus....
Ignazio Mudu



BISIONES DE BETZU

Sétzidu in sa pedrissa assoliada
carignendesi s’arva pili cana
unu betzu si sónniat luntana
de dies suas s’interighinada.
E s’àurat calch’àtera torrada
de sole caldu e luna galana.

“Cras mi nde peso chitto, che a s’ora
chi cun sa vida aia fattu pattu
de m’intender de issa suddisfattu
chena pretender de aer ancora,
ancora e pius de sa bonora
chi m’aia già postu in cuntrattu.

A campagna m’avvio illionzadu
e mi ponzo a messare a cara a bentu:
poi mi paso, istraccu e cuntentu
de su laore chi apo incunzadu,
fruttu de su tribagliu sueradu
chi mi dat pro campare su sustentu.

M’ingrùscio a buffare in duna ‘ena
una giunta de abba cristallina
chi brotende da’ intro sa codina
riet e cantat cun boghe selena:
“Buffa tranchillu, non ti ponzas pena,
chi non so mancu abba de pischina”.

Prima de mi tuccare, a serentina,
cun sa bértula a coddu gira gira
mi chilco calchi figu o calchi pira
de cantu lassat cussa puzonina
ch’a dogni pasu mi faghet faìna
e pro su dannu mi procurat ira.

Avvio a domo mesu arrennegadu
istraccu e infustu de suore;
ma no appenas bido su nidore
de su pitzinnu chi m’at attoppadu
e mi nd’at de carignos pienadu
si nch’isvanessit dogni malumore.

Asselenadu movo a sa pidrissa
e mi bi setzo in chirca de pasu,
su pitzinnu in coa basu a basu
a sa mama a costazu de perissa.

Nino Fadda



FUORI CONCORSO
PREMIO DEL PRESIDENTE PROVINCIALE ACLI


ALLELUJA-TORRADU A DOMO EST TITTI!!

Ischit fagher "padeddas", cussu feu,
diaulu, ascamil'e Luziferru...
ma "cobeltores" no: grascias a Deu !
Una fea, nd'àt fattu cust'ierru,
"padedda", in Bonorva mani lestru.
cun arte malaitta de inferru.
So faeddende de su "sequestru",
de Titti Pinna.Cun orrore e pena,
(Iscrittu nd'àpo già, cun ater'estru!)
Oe, est tota de giubilu s'iscena !!
De sa banda terribile, s'isciau,
s'est liberadu dae sa cadena,
chi l'àt custrintu, (it’ allegru sarau !)
prò otto meses, in unu pertusu,
iscuru, de orribile medàu.
Ei cussa tana, uè fit reclusu,
penso chi cunservare la devimus,
de sas iscolas, de Sardigna, a usu.
Sedilo, isculta! Bene ti cherimus.
istande zertu, pius meda e prima.
Su turmentu tou,lu cumprendimus.
Non penses d'àer perdidu s'istima,
ch’ in sos seculos,meritadu t'àsa,
non solu, de"sas ardias,"pro su glima...
Sos sardos, fattu àn tabùlarasa,
de ogni arbitrariu pregiudisciu.
Creo t'isbaglies, si culpas ti dàsa,
prò chie fattu àt, mal'istravisciu.
De tott'una marna semus fizos;
In su bene,in su male, tott'a misciu:
cun diversas virtudes e disizos!
Titti est torradu dae su .
Alleluia! Como, sos fastizos,
sun totu e su diaulu, Luziferru;
de sa giustiscia, già intrad* in manos.
Mai pius sutzedan: ...
sequestros de esseres umanos.
Francesco Demartis


SEZIONE SCUOLE ELEMENTARI


1° PREMIO
“S'ARVESCHIDA” di Enrico SERRA

L'alba è il momento in cui, prodigiosamente, il mondo intero ritrova la sua vitalità e bellezza. Lungo la spiaggia e sopra i monti, su ogni cosa. Con l'alba non arriva soltanto la luce, ma anche il calore, l'allegria, la voglia di vivere. Tutto questo lo si percepisce, straordinariamente, nello stupore di un bambino e in questi versi che sanno di armonia e di pace ritrovata. L'alba scioglie il buio, e nel cuore degli uomini si scioglie anche il male. Dopo la notte incerta, talvolta insonne, l'alba viene a rassicurarci, e questo è già motivo di gioia per chi apprezza il valore della vita.


S’ARVESCHIDA

Totu est mudu
ma a sa pac'ora
sos tumbarìnos de mare
cumenzant a sonare in s'arena.
S'iscuru
chi ch'istichìat cada cosa
s'irghelat
che a su male
dae su coro
de sa zente.
Innedda
sos montes iscrarint,
su chelu
s'alluet de luche,
sa luche de su sole
chi a pacu a pacu
cajentat donnia cosa.
Ch'est arveschiu. !


Enrico Serra - Cala Gonone (Dorgali)


2° PREMIO
“CHE SU TEMPUS” di Sebastiano SERRA

Una giornata di pioggia, soprattutto per un bambino, di solito non rappresenta un invito all'allegria e al divertimento. Piuttosto, somiglia a uno specchio dove può ritrovare molti ricordi, cose belle e cose tristi. Ecco, mentre ci tiene chiusi in casa, il tempo condiziona il nostro umore, persino i nostri passi, si potrebbe persino dire che siamo, in qualche modo, simili al tempo. Alla sua volubilità, soprattutto. La pioggia, il freddo e il vento, d'un tratto, li avvertiamo dentro di noi, e i ricordi si fanno ogni volta prepotenti.



CHE SU TEMPUS

Fit una die proinosa
e fìpi che sa die e totu,
non fatu e non lassau.
Donnia gutzu de aba
fit pò mene che un'ispricu
inue minche pompiao
chin totu sos amentos:
cosas bellas
e dies de tristura.
Die proinosa!
Cantos amentos
E pessamentos
E males de conca.

Sebastiano Serra - Dorgali


3° PREMIO
“OSILE” di Francesca LEDDA

Quando si è innamorati del proprio paese, tutto viene visto con gli occhi del cuore, tutto viene considerato giustamente come una parte di se stessi. Così è Osilo, per Francesca. Anche quando le case sono cariche di neve, il vento sembra frustare le vie e le nuvole in cielo corrono minacciose. Si, perchè il paese paret chi ti chefat carignare. E in questa carezza avverti amiche anche le nuvole, ti sembrano di seta; così ogni viso, ogni via, ogni ciottolo diviene prezioso, e per questo -nella memoria, nel cuore-, tutto il paese è destinato a durare, a resistere al tempo.



OSILE

Osile est una 'idda bella meda
Cun custas nues chi parent de seda,
O puru nieddas che-i su titone
Si s'abba est de su chelu in su chizone.
Su nie de s'ierru est lezeru
Comente s'aera de su 'eranu,
Ma si astrat pagu pagu
Rodulende arrivis a S'Ulumedu.
Si pigas a Sant'Antoni o a Casteddu
B'at sempre unu 'entigheddu bellu
Chi 'enit deretu dae mare
E paret chi ti chefat carignare.
Totu custu amus in Osile Mannu
E in Saldigna non b'est su cumpagnu.

Francesca Ledda – Osilo


LIBERTADE


Libertade,
paraula manna,
medas non pessant
a cantu si balet.
Ma si che la perdes
cumprendes
ca s'urtima iscutta
chi ti l’as potia godire
est cussa solu
chi n-de pacat sa pena.

Michela Pittalis





SA GHERRA

Sa gherra
est sambene e disispèm,
est dolore pò cada unu
sone mortos
lacrimas pò tottu
agonìas chene fine
locos inùe cada ungrone
si fachet nieddu.
Custos omines
Non connoschent sa paraula pache
Ma solu sa disamistade.
Custos sone omines?
Non nd'isco!
Su chi isco
est ca morit sa zente
in gherra
e chene gherra.

Daniele Sagheddu - Dorgali


SA SERENADA

Eo amo una pisedda
Chi est ancora una pitzinedda.
Pro me est una grande cosa,
Bella comente una rosa.
Mentre mi la fui sonniende
Issa nachi bi fuit pessende
Ma fossi mi so isbagliadu
E mi sento abbandonadu.
De me no est ancora innamorada
Li chelzo faghere una serenada:
Custu cossizu mi l' at dadu nonnu
Una die chi l' apo ‘idu in su sonnu.
Custa cosa antiga apo a proare
E bidimus si at a funzionare.

Pietro Palmas



SOS BETZOS DE OSILE

Sos betzos cun sas manos in manu
istant in sa lollas de su Rosariu.
Istant igue notte e die
Cun sole, neula, bentu e nie.
Passant sas oras faeddende
e calchi 'olta brighende.
S'ammentant de sos tempos issoro
comente chi esserant de oro.
De su tempus de como non lis piaghet
computer, DVD e cellulare.
Ciarrende andant a su buttighinu
a si bìere una tazza de ‘inu.
E gasi 'enit s'ora de 'ustare
e s'aviant an domo tott'umpare.

Camilla Ruiu - Eleonora Bassu


SOS MALCIOS

Sos malcios de s' iscola nostra
Faghent de totu prò si ponnere in mostra,
sos pius rebeldes sunt in 3 A
chi si creent fizos de Allah.
Su primu est Bajedda Luigi,
male chi ch' affoghet in su Tamigi!
Affaca a isse b'est Emilio Curreli,
s'ispasiman+e de Sante Licheri.
Ateru maccacu est Giolzi Pulina,
si diat devere cuare in chentina.
Daboi b'est Migheli Fabritziu,
che l'amus a mandare in calchi ispiziu.
S'amigu sou est Salvadore,
Àppassionadu 'e rap, grande mandrone.
In sa greffa b'est puru Gavinu Sanna
chi leat sempre murrunzada manna!
Marco est su pius tribagliadore,
ma no iscriet poesias de amore.
Como est ora de la finire......
Si no nos ant a pissighire!

SANNA MICHELE, BAGEDDA SARA,
NONNA MARIA, BASSU ELENA


TRIULAS

Mese de sole e de calore
est su mese chi pius istimo
pò su mare e pò sos frores
pò sa frutta de milli colores.
In custu mese so' naschìa
e m'ane postu a lumene Maria
e pò cussu prus m'aggradat
e be tenzo an d'allegare 'ene.

BOEDDU MARIA CARMELA DORGALI


SEZIONE SCUOLE MEDIE


S'ISTADI

S'istadi est arribendi
sa scola est serrendi
Nosu seus libetus
e seus cuntentus
Is traballus funt accabaus
e a su spassiu si dedicaus
Promitteus de giogai
e dognia dì de si spassiai
Prus a tradu studiaus
ma imoi si pasiaus
Su mari s'aspettai
su soli callentat
Impari nadaus
e is piscis piscaus
Seus che craboni, nieddus,
pareus pretas e no pipieddus.
A Cabudanni s'appuntamentu
a scola totus cun soli o bentu.


ANDAUS A IS MEDIAS

Arregordai si nd'eus de cincus bellus annus
ca impari seus diventaus sempri pms mannus
Imoi non bieus s'ora de si ndi depi andai
ma a tottus at a toccai, meda a studiai.
S'ant a mancai is bonus maistus
e is arregordus de candu furiaus piticus .
In custus annus eus fatu medas esperientzias
E, mancai medas siant stetias is mancantzias
de totus seus stetius meda apretziaus,
beni offius de totus e sempri agiudaus.
At a essi dificili a si ndi depi andai,
ma a totus e a totu si depeus abituai.
In d'unu gradu prus mannu depeus intrai
ma pò guadangiai i votus depeus traballai.


Muttetu
(a dus peis)

1 ) Sa cuntentesa
Est in tottu sa genti
Est che una bellesa
Ti partit de sa menti
Issa est sa cuntentesa
Muttetu ( versu)
Sa cuntentesa
Est .in tottu sa genti
Est che una bellesa
Est in tottu sa genti
Est in tottu sa genti
Issa est sa cuntentesa
Ti partit de sa menti
Est che una bellesa
Ti partit de sa menti
Issa est sa cuntentesa.

2) Sa pudda
Sa pudda est giai cotta
Comenti est 'ona
Mi dispraxit ca est mota
A cropus de carona.

3) Sabellesa
Sa bellesa est una cosa
Est sa prus bella
Assimbilat a una sposa
Aintru 'e sa capella

4) Su fogu
Cun linna in sa forredda
Su fogu est ardenti
C'est una beccitedda
Ddi mancat una denti.

5) Sa Sardinnia
Sa Sardinnia est antiga
Ma troppu pitichedda
Sa genti est allirga
De bivi in s'isuledda.

6) Sa miniera
Sa miniera est in crisi
Si dda 'olinti serrai
Asuta pò tres dis(i)
Funt depius abarrai.

7) Sa miniera nosta
Sa miniera nosta
Dd’oliant serrai
A prova dd'ant posta
A rischiu de acabai.

8) Sa miniera
A si fai scrocorigai
Non seus certu pensendi
Sa miniera est pò serrai
Su dinai est acabendi.

9) Sa miniera
Che bremi o tzorroigus
Pariant in gallera
Gratzias a is operaius
Est obeta sa miniera

10)Silius e Gerrei
Silius traballanti
Praxit pura a mei
Sa miniera est importanti
Po tottu su Gerrei.

11) Protesta
Protestau ant pò nudda
Tantis dd'ant a serrai
Funt concas de cibudda
Non funt essius a pappai.

12) Sa manifestazioni
Non eus partecipau
A sa manifestazioni
Tottu est acabbau
E eus pappau un' angioni.

13) Sa televisioni
Appu ingutiu una denti
Dd’ appu intendia in su piumoni
Ddui fìat meda genti
Cun sa televisioni.

14) Sa miniera
Sa miniera 'onat traballu
A polacus e siliesus
Ddi si 'essit su callu
Po pesai is pipieddus.

15) Su giogadori mancau
Srabadori Cantatori
'oliat fai su giogadori
ma a unu pei unu dolori
dd 'iat fatu minatori.

16) Sa miniera
Sa miniera est serrendi
Est sa rovina nosta
Est tottu acabendi
E dd' ant fatù apposta.

17) In miniera
In miniera ddu est fluorite
Bianca e luxenti
Ddui at puru barite
Ma non est meda sprendenti.

18) Su minadori
Su minatori trabalat
A Santa Barbara est devotu
Dognia mengianu calat
E a umbra est cottu.

19) Sa galleria
Sa galleria est strinta
Ddu scit su minatori
Sa lotta parit biuta
Ma non sentza ‘e dolori.

20)Su bentu
Su bentu est buddiu
Sulat ognia momentu
Imoi s'est cittiu
E deu seu cuntentu.


 
 
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Inserito il 03/12/2007 21:45:04
 




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