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ALESSANDRO FAIS, MASTRU ‘E BALLU SARDU

Di Giovanni Strinna.

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Ha calcato per oltre trent’anni i palchi allestiti per le feste patronali di tanti paesi dell’isola, divenendo uno dei più amati protagonisti di quella grande stagione del canto sardo a chitarra che sono stati gli anni sessanta e settanta. Una voce «elastica, brillante, duttile e morbidamente scorrevole nelle note medio-alte», l’ha definita Giovanni Perria. Il pubblico delle nostre piazze ha amato soprattutto la sua interpretazione del ballo cantato, nella quale gli appassionati gli riconoscono una rara maestria. Mastru de ballu sardu. Il ballo rappresenta del resto una componente fondamentale della festa popolare e della stessa gara di canto, un momento in cui il pubblico diventa partecipe a tutti gli effetti dello spettacolo. Il ballo, specialmente negli scorsi decenni, aveva un suo spazio fisso in uno o più intervalli tra le cantate. Un intervallo breve - da sette a quindici e anche venti minuti - ma importante, utile ad allentare la tensione della gara e a far riposare la voce. Era allora che il chitarrista da solo o con l’intervento degli stessi cantadores si prestava a pesare su ballu. Il suo compito in verità non si esauriva in un mero accompagnamento della musica, ma creava uno spettacolo nello spettacolo. Era l’occasione in cui un vero animatore dimostrava la sua fantasia e l’originalità di cui era capace. In alcuni paesi era questo uno dei momenti prediletti e, arrivati ad un certo punto, al grido: «Ballu sardu!» si dava il via alle danze, con grande coinvolgimento di tutti, sul palco e sulla piazza. In alcuni paesi si facevano anche quattro intervalli all’interno di una gara.
Per lo più chi accompagnava i balli riprendeva strofette e brani del repertorio tradizionale, che tutti conoscevano; da questo uso si è distinto Alessandro Fais, che proponeva brani nati dalla sua vena, restituendo così dignità e freschezza di improvvisazione al momento del ballo. I suoi brani peraltro hanno goduto, oltre che del successo popolare, di una notevole circolazione: sono testi, i suoi, che ancora oggi capita di ascoltare sulla bocca di altri cantadores.

Un’ajana l’appo ida passare
de fronte a sa ianna ’e domo mia;
l’appo nadu: “Beni a ti cantare,
ca t’imparo su ballu de Sindia!”

So chirchende muzere nessi un’annu
ma fin’a oe no ’nd’appo agattadu
e m’ana nadu chi so fortunadu,
ca nachi sa muzere est unu dannu.

Naran chi sa muzere est unu dannu,
però ch’est unu dannu non bi creo;
faghide, ajanas, comente fatto deo,
chi mi devo isposare intro ’e occannu.

È stato inciso a Cagliari nel 1967, Su dillu de Fais, con Nicolino Cabitza alla chitarra e Pietro Madau alla fisarmonica. Apprezzatissimo dal pubblico, ha un ritmo brioso che ha rinnovato le forme del canto a ballo; non poteva che diventare il suo cavallo di battaglia.
Molti ricorderanno quest’altra strofetta, per averla sentita eseguire più volte dai cantadores, magari con alcune varianti. È una quartina che gioca su un equivoco malizioso:

Muzere mia ‘nd’est gelosa,
no cheret c’and’a cantare:
coment’est c’at a campare
si li mancat cudda cosa?
[cudda cosa cudda cosa cudda cosa: su ’inari]

Il divertimento di Alessandro Fais era appunto creare dei brani spiritosi, muttetos postos in covaccu, in cui la possibile allusione erotica è sempre lieve e volta al comico.

In sa zittade ‘e Bosa
su rusegnolu cantat
cun dulche melodia.
Cando ti bido ebbia
a duchentos chimbanta
mi alzat cudda cosa.

In sa zittade ‘e Bosa
su rusegnolu cantat
vicinu a su balcone.
Cando ti bido ebbia
a duchentos chimbanta
m’alzat sa pressione.

A cantare sul palco aveva iniziato ufficialmente nel 1960, a ventiquattro anni. Nato a Sindia il 2 luglio 1936, il suo primo e principale mestiere è stato sempre quello di calzolaio. Si è avvicinato al canto ascoltando alcuni appassionati del paese che improvvisavano qualche melodia in una cantina, senza accompagnamento musicale, e alcuni fisarmonicisti, come Giovanni Maria Mura, dal quale ha appreso il ritmo del ballu cantadu. Importante è stato anche, nella sua formazione, l’ascolto delle registrazioni di Gavino Delunas, di cui ha assimilato alcune caratteristiche.

Il 1959 è per lui un anno speciale, perché arriva a Sindia, invitato dal comitato, il grande Nicolino Cabitza, chitarrista talentuoso, fantasista e scopritore di talenti. Questi ha modo di ascoltare e di apprezzare la voce del giovane Alessandro. E butta lì:
- Peccato che questo ragazzo è lontano da me, altrimenti ne farei un cantante.
Nel sessanta inizia ad esibirsi in qualche gara a Bonorva e a Silanus, senza prendersi ancora sul serio. Finché non riceve il primo invito, quello a partecipare alla festa di Santa Giuditta a Norbello:
I suoi colleghi saranno Antonio Meloni e Adolfo Merella, legge nella cartolina inviatagli dal comitato. L’emozione e la timidezza gli suggeriscono di rinunciare, e scrive: Mi dispiace ma ho altri impegni. Il fratello più giovane, però, strappa la sua lettera e lo incoraggia con fermezza: - Tue deves riponder chi b’andas.
Decide di andare, e la prova è superata brillantemente: la tensione si scioglie in un pezzo di bravura.
I primi inviti vengono dai paesi vicini: Ploaghe, Bonorva, Macomer, Cuglieri. Qui avvicina i più anziani cantadores come Giovanni Cuccuru, Mario Scanu, Antonio Scanu, Antonio Desole. Comincia così: nel sessanta fa dieci o dodici serate, nel sessantadue quattordici. Gli appuntamenti si infittiscono, come testimoniano le sue agende. In un anno prende parte mediamente a novantasei serate, ma vi sono dei mesi - racconta - in cui accetta di cantare anche in ventisei serate. Da virtuoso del ballo sardo, negli intervalli tra le gare è sempre protagonista di qualche ballu cantadu, anche col rischio di affaticare la voce che deve mettere in gioco nella gara. Ma come rinunciare alla sua passione?
Tra il 1966 e il ’67 avviene a Milano la sua prima incisione, il titolo è Ballu de Sindia: è accompagnato alla chitarra da Pietro Fara e alla fisarmonica da Pietro Madau. La consacrazione è nel 1967, quando ottiene il primo posto al concorso dell’“Usignolo della Sardegna”, a Ozieri. Qualche tempo dopo esce anche Su ballu logudoresu cambiadu, con Antonio Marongiu alla chitarra e Peppino Pippia alla fisarmonica. Ai palchi della Sardegna si aggiungono poi quelli dei circoli sardi della Penisola (Milano, Genova, Roma) e dell’estero (Francia, Belgio, Germania). Si esibisce con i cantadores più apprezzati quali Francesco Cubeddu, Tonino Canu, Antonio Meloni, Serafino Murru, Giuseppe Chelo.
Nel 1983 decide di ritirarsi definitivamente dalle gare professionali, ma non abbandona il canto a chitarra, che coltiva con gli amici. Intorno al 1990 registra un nuovo Ballu de Sindia con Nino Manca e Pietro Madau, rimasto inedito.
Assieme al canto, l’altra sua passione è stata sempre quella per il lavoro del calzolaio: un lavoro svolto con orgoglio di artigiano e cura attenta, quasi devota. - Qualche volta rientravo da cantare ed entravo in bottega a lavorare - racconta -. Il mio mestiere era il calzolaio-. Aveva iniziato a lavorare a bottega a tredici anni, da apprendista; dopo otto anni ha aperto una bottega in proprio; più tardi ha preso a lavorare con sé anche il fratello minore, e ha lavorato fino a non molti anni fa.
Con forbici, ago e pece tagliava e cuciva il cuoio di vacchetta per confezionare scarpe da lavoro, quelle indispensabili ai suoi compaesani nei lavori agricoli. Non senza una punta di fierezza confessa che per una sfida con se stesso si impegnava a creare due paia di scarpe al giorno (contro un solo paio confezionato generalmente da altri calzolai), utilizzando anche le ore serali.
- Totta die cun su poddighe goi, cazzende suore - ricorda sorridendo -. Bi teniat cun d’un’orgogliu…
Un giorno si ferma a lavorare oltre le undici di notte per terminare il terzo paio di scarpe. È una sfida con se stesso. Non di rado, al rientro dalle serate sul palco, entra nella sua bottega e si rimette al lavoro.
Due passioni vissute sino in fondo e alimentate da un amore sincero per la vita, nonostante le difficoltà non siano mancate, non ultima la scomparsa di un figlio giovane e amatissimo. Impagabile resta però la capacità dell’artista di emozionare, coinvolgere e far divertire il suo pubblico.

E si a tantu onore so cuntentu
già bo lu naro cun tanta allegria.
Monzas e padres, ballade in cunventu,
bo lu cant’eo su ballu de Sindia.




 
     
   
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