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Maria Carta
INCONTRO CON MARIA CARTA, a Siligo, un anno dopo la sua morte.

Tratto dal romanzo “La maschera strappata” di Antonio Strinna.



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“Ciao, Maria”, le dico semplicemente. E sono parole scandite in un fremito incontenibile, fremito e vertigine di tutto il mio essere, mentre la guardo nella foto sistemata in fondo alla cappellina.
“Finalmente sono qui, nella tua Siligo. Da quanto tempo che non c'incontriamo, Maria! Non bastano gli occhi, sai, per poterti guardare. Non so come, ma ti vedo ugualmente, credo stia bene. E poi, tutti ti ricordano, qui e ovunque, tutti ti vogliono bene. In qualche modo -perchè no?- tutti ti vedono ancora, come me”.
Sul marmo non ci sono scolpite né la data di nascita né la data di morte. Non ne conosco il motivo. Certo è che questo particolare la pone al di fuori del tempo, affrancata da quella legge che di solito detta i nostri confini decisivi: l'inizio e la fine di ogni vita umana. Un modo dell'amore, della memoria, oltre che dell'immortalità, quest'insolita discrezione? D'altronde, non volevano forse significare proprio questo le parole scritte, un anno fa, in un grande lenzuolo esposto in una finestra durante il suo ultimo passaggio in paese?
Bene 'ennida pro sempre in mesu a nois, Maria, sas jannas sun abertas e-i su coro puru!
“Che voglia di piangere, da uomo e da amico!” le dico in un grido incontenibile, mentre il mio petto sembra esplodere. “Sento ancora vibrare tua voce, dentro di me, con tutti i suoi suoni, i suoi colori, la sento vibrare nel mio corpo, come nella nostra terra, fra la nostra gente, quella vicina e quella lontana”.
Ma nel mio pianto, profondo e discreto, racchiuso nella dolcezza del pudore, non c'è proprio alcuna sofferenza, né ombra di tristezza, soltanto la gioia di quello stesso sentimento che, ascoltando Maria, non ha mai smesso di esistere, di solcare stagioni e silenzi, per cui la lontananza non è mai riuscita a separarci.
“Ora la luce del tuo sguardo, Maria, posso avvertirla dentro di me, e mentre l'avverto ecco che diviene anche la mia luce”.
Guardo il sole ormai declinante, che scivola oltre la collina sovrastante il cimitero, eppure ho come la sensazione che tutto debba ancora nascere e rinascere infinite volte. E questo perpetuarsi della vita, malgrado l'ineluttabilità della morte, mi rivela la sua sovrabbondanza, mi parla con il suo mistero.
Accarezzo la dimora di Maria, sento di abbracciarmi a lei, alla sua solennità interiore, mentre fisso intensamente il suo viso: quello della foto e più ancora quello che immagino di lei, quand'era ragazza, poco prima di lasciare la sua terra e la sua gente, alla ricerca di un nuovo approdo.

Sì, sento di abbracciarla a lungo, proprio mentre la indovino nel percorrere il suo viaggio lontano da qui, quasi da orfana, ormai pronta ad affrontare la vita, con la sua voce diversa, con quell'insolito modo di cantare, coraggioso e pieno di fiducia, allegra e disisperada, così ruvido, eppure ricco di emozioni, che sapeva della sua infanzia, dei suoi sogni, soprattutto di radici lontane, quelle di un popolo, di oscuri silenzi, di ombre insonni, di presenze intessute di nenie, suoni e luci: come di lamento profondissimo, consolatorio, profetico. Questo il volto di Maria, ora sovrapposto al mio, con la sua voce unica, irripetibile: per la sua fiera solitudine, per la sua dignità di donna, per la fedeltà a se stessa e alla sua terra, qualunque fosse la sua gioia, il suo dolore, il suo destino.
Non so perchè, ma è proprio così: ora mi sfugge il volto di Maria che ho visto in tanti film, persino quello da lei prestato alla madre del “Padrino” di Francis Ford Coppola, e anche il volto che Maria ha donato con indicibile grazia a Marta, sorella di Lazzaro, nel “Gesù di Nazareth” di Franco Zeffirelli. Se appena riportassi alla mente quei volti, ne sono certo, una qualche estraneità finirebbe per disturbare la nostra straordinaria comunione. Soltanto l'immagine di un film documentario adesso mi raggiunge, insieme al calore dei suoi ricordi più belli, preziosi e umili. E' il volto di “Una voce, una terra”, dove emerge deciso, davvero con dolce innocenza, il gesto di chiedere ai vicini di casa -compito quasi esclusivo dei bambini-, una forma di pane, un po' di zucchero, un po' di caffè.
“Messaggeri del bisogno!” Ti ricordi, Maria? “Messaggeri”, dicevi con gioia, “di una povertà vissuta dignitosamente, che nella vita dei bambini si mostrava persino con il volto dell'allegria!”
“Da allora hai abbracciato il tuo sogno: cantare dal cuore della gente, certo a modo tuo, senza rinunciare a stessa; volevi cantare il riso e il pianto di una terra ferita per secoli e secoli, la sua storia sempre incerta, precaria, storia fatta di tante piccole storie, spesso dimenticate”.
La commozione ogni tanto mi assale, lo ammetto, invade tutto il mio essere, mentre le parlo con tutto l'amore che mi brucia dentro, che mi scorre nelle vene.
“Sei partita che eri solo una figlia, una qualunque, quando la tua vita, ancora indifesa, aveva davanti a sé un destino sconosciuto, tutto da conquistare. Eri giovane, innocente, eppure il tuo canto sembrava quello di una madre. Per questo sei sempre tornata in questa terra, sei tornata come vento che scivola per mari e terre, e poi -stanca del lungo viaggiare- ti sei affidata alla tua gente, al suo cuore, al suo silenzio, per far parte della sua storia.
“Vedi, Maria, nella tua isola sei la sposa di tutti. La tua voce è ascoltata con passione, con dolcezza, come una continua preghiera, e ascoltandola la salvano dal fuoco del tempo. Con il tuo fiore, cresciuto nella gioia e nel dolore, sentiranno sempre la tua voce come profumo nelle strade, dentro le case, profumo della vita, dell'amore. Si è accesa una stella, che tutti dicono speciale, perchè tu non sei la fragile onda di un ricordo lontano o di qualche inutile nostalgia, sei di sicuro la radice di antichi sentimenti. La tua voce è l'anima della nostra memoria viva, di ieri e di oggi.

“Addio, Maria. Ormai ci vedremo dappertutto, c'incontreremo dovunque vorremo. Così tu e la tua gente”.
C'è tanto silenzio, qui, ma è un silenzio che mi fa dire: “Il male, che ha sopraffatto il coraggio della tua vita, non può più nulla contro di te, da quando sei tornata nella tua terra, per sempre. Anche faccia a faccia con la malattia, la più terribile, niente è perduto. Questa era la tua preghiera.”
Accarezzo un'ultima volta la sua dimora, le sorrido a lungo, ed è un sorriso capace di restituirmi il senso della vita. Subito dopo spingo lo sguardo oltre la collina, sento di viaggiare con lui; soprattutto, sento che il mio sguardo vola insieme a quello di Maria, sicuro che la sua casa sia altrove, ovunque, senza pareti o nostalgie, senza tempo.
“La tua casa è fatta di tanta gente semplice, costruita con l'affetto che ogni sardo canta per te”, le dico ancora con il sorriso fra le labbra, entrambi in cammino, sul profilo dell'orizzonte.
“La tua casa si chiama gente. Il glorioso palcoscenico di Parigi, l'Olimpia, dove tu hai cantato in mezzo agli applausi, è ormai lontano. Ma la tua gente è qui, tutta intorno, vicina a te. Anzi, tu e la tua gente siete la stessa cosa. Un corpo solo, indivisibile.
“Ecco, Maria, ora ti vedo proprio così, mentre cammini a piedi nudi verso Dio e in ogni angolo della tua terra”.
Lasciando Maria e Siligo, sono convinto che la sua voce sia ancora con me, posso ascoltarla nitidamente, sicuro che non mi lascerà mai.

 
     
   
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