nicolino cabizza

Nicolino Cabizza

NICOLINO CABIZZA
L’UOMO, L’ARTISTA

Dopo tanto clamore nelle piazze di tutta l’isola, il ricordo di Nicolino Cabizza sembra suonare una musica remota, ormai impercettibile, quella del silenzio. Quasi che il tempo, con la sua coltre di piombo, si sia abbattuto su un uomo lungamente amato, non soltanto applaudito.
No, non è colpa del tempo, e non c’è neppure da mera-vigliarsi. Così succede, dalla nostre parti, ai più piccoli e talvolta anche ai più grandi, come Cabizza, benché per decenni sia stato considerato il più grande fra i chitarristi isolani, per questo onorato del titolo di ambasciatore della musica sarda.
Ecco, immaginatelo lì, Nicolino, in questo ingrato silenzio, aggrappato alle crepe dell’oblio, difeso soltanto dal suo sorriso, mentre vede e rivede un’infinità di volte i suoi preziosi ricordi, scivolare veloci nell’indifferenza degli an-ni. E le speranze, le passioni, le avventure, i sogni memorabili di una volta, tutto nelle pagine del nulla invece che nelle pagine della storia del canto sardo? Incomprensibile, spietata ingratitudine.
“Che importa”, direbbe lui stesso “forse era destino che la mia gloria finisse così. L’importante è che abbia dato il meglio di me, della mia arte, della mia vita”.
Ma forse si chiederà anche dove sono ora i suoi amici di allora, quelli più giovani. Dove sono e cosa fanno per ricordarlo come in fondo merita. E pensare che ne aveva tanti, in moltissimi paesi.
Già, gli amici, quelli che più degli altri lo hanno acclamato, che hanno amato l’uomo e insieme il personaggio, la sua chitarra, la sua musica, tutti quelli che sono stati suoi allievi, dove sono ora tutti quegli amici?
Questo è il tempo in cui gli amici veri, quelli di ieri e di oggi, dovrebbero rendersi conto che stanno rischiando di perdere qualcosa d’importante, di perdere la sua storia, che poi è anche la nostra; dovrebbero temere, sì, temere di perdere definitivamente chi ha vissuto per la sua arte e con l’arte per la propria gente.
E dunque, è proprio questo il momento di ritrovarci ac-canto a lui, magari ripercorrendo il suo stesso viaggio. No, non soltanto per sottrarlo all’oblio, tanto meno per banale nostalgia; piuttosto, perché lo consideriamo un passaggio importante della nostra storia umana e artistica sarda. Seguire il suo viaggio, mentre lui e la sua chitarra in qualche modo ce lo raccontano, è segno e misura della nostra amicizia nei suoi confronti e insieme nei confronti della nostra gente.

Capitolo I

Dopo aver superato il disagio di un lungo, irriconoscente silenzio, i suoi gesti e i suoi passi ci riportano alle prime passioni, ai primi affetti, ai luoghi che per lui sono stati luoghi di vita: al suo paese natale, Ploaghe, dove è nato l’1 febbraio 1904. E’ un ritorno, prima di tutto, alla prima musica da lui conosciuta, a quei suoni che scaturivano dall’incudine e dal martello, dalle sue piccole mani, quando appena ragazzo aiutava il padre e, prima ancora, la madre, nella sua bettola frequentata da affezionati clienti.
Di fronte al magazzino, su fraìle, dove il padre faceva il fabbro, c’era la casa paterna. Qui, utilizzando un andito piuttosto spazioso, era stava ricavata una bettola gestita dalla madre, Maria Luisa. Una donna che facilmente sapeva stare in compagnia, a suo agio, beveva anche lei. Qui venivano anche molti cantadores e sonadores a chiterra, Nicolino li guardava incantato, per ore. Sognava di diventare uno di loro. Il suo desiderio era così forte che, non potendo avere una chitarra vera, pregava la madre di fargli un pane a forma di chitarra. Naturalmente, lo ha esaudito.
Man mano che cresceva, già a 10-11 anni, Nicolino provava la sua voce, i maestri non gli mancavano. Tiu Filippu Fais, un cantadore di Ploaghe dalla voce molto calda, notò la bravura e la passione di Nicolino e prese a farlo cantare insieme a lui. Non erano pochi quelli che consideravano la sua voce un vero prodigio. Non sembra una voce di questo mondo, diceva una donna anziana del paese. Quando lui cantava, certe volte con Filippu Pais, altre volte con Totoi Pulina, la bettola si affollava improvvisamente e il vino, come l’allegria, scorreva a torrenti. Gli affari erano assicurati. Così la madre, il più delle volte, lo tratteneva nella cantina per cantare, sapendo che avrebbe attirato più clienti, più guadagni.
Di solito accettava volentieri il sacrificio di rinunciare al gioco e a stare con i suoi compagni, certe volte invece si ribellava e allora veniva spedito in castigo. A meditare nel solitudine della soffitta. Poi si pentiva e ritornava a cantare, anche con più passione, cantava per dei clienti che qui trascorrevano il loro tempo libero a giocare a carte, a raccontare i fatti e le storie del paese. Erano proprietari, pastori e contadini che spesso si portavano appresso salsicce, lardo e pane, da innaffiare con un buon bicchiere di vino ed esaltare con un pò musica. Qui trovavano, in qualche modo, l’altra faccia della vita, dove il lavoro, con tutta la sua durezza, si trasformava in un pallido ricordo.
Questo luogo era frequentato, anche in modo assiduo, dagli amanti del vino, delle carte e soprattutto della musica sarda. L’amicizia, l’allegria e gli interessi in comune li associava con grande naturalezza. Ne risultava, si direbbe oggi, una specie di club riservato a un numero ristretto di persone, di solito benestanti, che si ritrovavano qui con le loro passioni, i loro discorsi e talvolta anche con i loro affari da trattare. L’esibizione di chitarristi e cantadores, poi, rendeva questo ambiente e questi incontri del tutto privilegiati.
Con il trascorrere degli anni, Nicolino non si accontenta di cantare, vuole imparare anche a suonare la chitarra. I genitori, inteneriti dalla sua grande passione, gli comprano finalmente una chitarra, di seconda mano; anche perché, in fondo, rappresenta una sorta di investimento, visto che riesce ad attirare nella bettola moltissimi clienti. Da autodidatta impara rapidamente a suonare lo strumento. A tredici anni inizia ad aiutare il padre nella bottega, dapprima manovrando il mantice, poi realizzando qualche oggetto semplice, come i chiodi, sino a imparare a fabbricare pale, zappe, tridenti. Così, quasi dimenticando i compagni e il gioco, divide la sua vita tra il lavoro e la bettola.
A quattordici anni, siamo nel 1918, partecipa a Florinas a una gara di canto insieme a Paulu Deriu, cantadore di Chiaramonti; poi, in altri paesi, si esibisce insieme a Degortes e soprattutto insieme a Candida Mara di Nulvi, con la quale si sente ancora più esaltato. Una donna cantante, anche se non particolarmente bella, rappresenta per lui un completamento dello spettacolo, un arricchimento della scena. Anche perché si sente accomunato a lei da uno spirito gioviale, esuberante, e da un’allegria che puntualmente trasmettono al pubblico. Sul palco sono accompagnati dai chitarristi Tiu Remundiccu di Sassari e Giovanni Ledda di Nulvi.
Dopo quella prima esibizione, in molti accorrevano ad ascoltarlo, da un paese all’altro, presso i quali il più delle volte si recava a piedi, affrontando sforzi e fatiche di certo al limite delle possibilità umane. Tutto questo, insieme alla sua passione, finisce per costargli caro: lo sforzo fisico iniziò a debilitarlo e a minarlo profondamente. Infine, l’acqua fredda bevuta una mattina presto, rientrando in paese, compie il seguito dell’opera: la perdita della voce, una perdita di spessore almeno, di quella voce che gli intenditori del paese definivano semplicemente angelica. Così la sua voce non vedrà mai uno sviluppo totale.
Ha solo sedici anni. Può forse arrendersi? C’è una vita intera davanti a lui, le speranze, la passione per la musica, per cui prende coraggiosamente la decisione di cambiare il corso della sua carriera: vuole diventare un suonatore di chitarra, del resto gli occorre soltanto un po’ più di esercizio e che perfezioni la sua tecnica.
Già le prime prove lo confermano un virtuoso chitarrista, richiesto in molti paesi, capace di fare ottima figura anche in compagnia di grandi cantadores. Viene subito apprezzato il suo caratteristico arpeggio, le picchiate, i cambi di ritmo, gli accordi pieni di fantasia. Tanta delicatezza e sensibilità quasi contrastanti con le sue grandi mani e la sua mimica a tratti anche buffa.
A vent’anni deve prendere però un’altra decisione, scegliere un lavoro che gli assicuri un’esistenza sicura, anche per il futuro, e l’indipendenza dalla famiglia. Decide così di arruolarsi nell’Arma dei Carabinieri. Ma è una scelta che non può durare a lungo, perché senza saperlo la passione per la chitarra è entrata nel suo sangue per sempre.
Nel 1927, infatti, non soddisfatto della sua vita in divisa, si congeda dai Carabinieri e ritorna a lavorare nella bottega del padre. Però, appena gli si presenta l’occasione, lascia nuovamente la famiglia. Cosa che succede appena sette mesi dopo.
In seguito a un invito di alcuni amici di Codrongianos, dove era ben conosciuto e apprezzato, senza esitare si trasferisce in questo paese per aprire una bottega di fabbro. Favorito da questa totale indipendenza dalla famiglia, riprende con pieno vigore la sua attività di chitarrista. Alcuni amici gli mettono a disposizione sia un locale per svolgere la sua attività di fabbro, sia una stanza dove poter vivere senza problemi.
E anche lavorando attivamente nella bottega non smentisce la sua fantasia, la sua grande creatività. Abbandona il solito vecchio mantice e ne crea uno nuovo, con le sue mani. Recuperato un pignone da una vecchia bicicletta, un motorino elettrico già usato, quindi dei copertoni di bicicletta per farne una lunghissima cinghia, ecco che un nuovo mantice è pronto per l’uso. Non più un semplice mantice, ma un ventilatore elettrico.
Con la sua personalità, fatta di gesti e di azioni, più che di parole, conquista facilmente le simpatie della gente del paese. Del resto, Nicolino ha un modo di vestire eccentrico, elegante, sempre con abiti sgargianti e cravatta, e le sue iniziative risultano accattivanti per i giovani e anche per i meno giovani. Grazie alla sua nascente fama di chitarrista, ma anche perché si assume il ruolo di organizzatore delle feste del paese, gli abitanti di Codrongianos gli tributano un affetto, una fiducia e una stima che fanno di lui quasi un idolo.
In ogni angolo del paese c’è sempre qualcosa da festeggiare, con canti e balli, un modo questo che serve anche per rendere più leggera un’esistenza fatta di lavoro e sacrifici. I drammi e il dolore, come le fatiche e il sudore, non possono occupare costantemente il corpo e lo spirito dell’uomo. Del resto, che cosa potrebbe esserci di più bello, di più gratificante del rendere felici i propri simili? Di più, esorcizzare il dolore, la morte… Infine, usando le armi della gioia e dell’ironia, vantarne la vittoria. Questa, insieme a quella artistica, era in fondo la sua vocazione, anche se non dichiarata.
La natura estrosa e prorompente di Nicolino suscita, soprattutto nei giovani, il desiderio di uscire dalle case, una volta adempiute le attività quotidiane, e di dedicare tempo anche allo spirito – alla gioia, al divertimento – perché anche di questo ha bisogno la vita, di un vero e proprio controcanto, per meglio affrontare la durezza del giorno dopo. Si potrebbe dire che lui era quella parte della natura capace di alleggerire, in qualche modo, persino di addolcire, il peso della vita, della natura stessa, e di tutte le croci che la gente comune porta addosso.
Consapevole di questo bisogno esistenziale, Nicolino si ingegna, con tutte le sue energie, a inventare, a creare situazioni e momenti di aggregazione che restituiscano alla gente una serena dignità umana. L’esistenza non può ridurci a sola fatica e sudore. Anche per questo non lesina mai le battute, le barzellette, la sua allegria interiore. Soprattutto, la sua grande carica di umanità.
Una nuova vitalità e un nuovo di modo di guardare alle tradizioni entra così, insieme a lui, nelle famiglie del paese. Il suo spirito d’iniziativa, la sua esuberante allegria, oltre alla sua innata bravura di chitarrista, danno una scossa notevole alla gioventù del paese, liberandola dai timori e dai lacci di rigide convenzioni con la quale l’avevano tenuta fin qui repressa. Per incontrarsi, stare insieme, conoscersi, favorire le amicizie, l’intreccio dei sentimenti. Grazie a questo instancabile trascinatore, provvidenziale per i bisogni della gente comune, nella mentalità del paese nasce davvero il cambiamento, un’aria nuova: di libertà, di modernità. In questo semplice, naturale palcoscenico, tutti possono trovare un momento di esaltazione, non soltanto lui, l’artista e organizzatore.
All’amore per la chitarra, proprio qui a Codrongianos, se ne aggiunse un altro, quello per la donna che poi ha sposato, Emilia, con la quale ha vissuto sino alla morte, 54 anni. La donna abitava di fronte, lo aveva osservato e seguito fin dal suo arrivo in paese, con discrezione e di nascosto dai genitori. Lo aveva ammirato dal primo momento, aveva capito subito che era un uomo speciale. Ma non è stato un matrimonio facile, non all’inizio almeno, dal momento che i genitori di Emilia erano benestanti e molto all’antica e non risultava di loro gradimento l’unione della propria figlia con un fabbro, con un chitarrista dalle idee e dai modi di fare completamente fuori dalle convenzioni paesane, per non dire stravaganti.
Oltre che forestiero, consideravano Nicolino un farfallone, uno dedito al divertimento e a far divertire la gente; insomma, un giovane poco affidabile. Preso atto dell’insistente ostilità dei genitori della donna, decidono di scappare; l’amore che li unisce è davvero grande, diventa decisivo. Vogliono andare via, fuggire per sempre. Ma dove? Quello che conta, in fin dei conti, è coronare il loro sogno d’amore. Così, dopo un breve viaggio in biroccio, raggiungono Ploaghe, dove si rifugiano dalla famiglia di Nicolino. Niente e nessuno li può dividere.
Trascorsi alcuni giorni, il padre di Emilia si reca a Ploaghe per incontrare la figlia, Nicolino e i suoi genitori. La pretesa è che Emilia torni subito a casa. Lo scandalo è già nelle strade di Codrongianos, così l’onore della famiglia, è una situazione che bisogna sanare al più presto. Ma Emilia, spalleggiata da Nicolino, convinta dei loro preziosi sentimenti, non cede in alcun modo, è irremovibile.
E’ poi tornata a Codrongianos, sì, ma con Nicolino, per sposarsi nel più breve tempo possibile. Il matrimonio, infatti, viene celebrato due mesi dopo, il 6 gennaio 1929. Da questa unione nasce, primo di quattro figli, Aldo; seguono, più tardi, Teresa, Anna e Maria Paola.
Dopo pochi anni trascorsi in un locale preso in affitto, Nicolino si ingegna a costruire la sua casa, nella quale si trasferiscono in poco tempo, una casa costruita con le sue stesse mani, grandi e robuste.
Per Nicolino tutto era provvisorio, tutto doveva essere poi modificato nel tempo. Così, con il trascorrere dei mesi, nella sua casa prese ad apportare una lunga serie di modifiche e di cambiamenti. Era questo un altro segno della capacità creatrice dell’uomo Cabizza, che non si esauriva evidentemente tra le note della sua chitarra e neppure con gli spettacoli che tanto fantasiosamente proponeva sui palchi.

Capitolo II

Dal palcoscenico privilegiato di Codrongianos, dove si esibiva tutte le sere alla fine del lavoro, al palcoscenico degli altri paesi il passo è breve. Il personaggio Nicolino Cabizza non aveva alcuna difficoltà a conquistare, di festa in festa, la gente di tutta l’isola. Tutto questo a costo di grandi sacrifici, dal momento che i mezzi di trasporto erano molto limitati e precari, il treno poi non arrivava in tutti i paesi, viaggiare da una località all’altra era un’impresa davvero ardua, ma la sua passione era così grande che non poteva arrendersi davanti a nessuna difficoltà.
Anche per questo motivo non era possibile accettare tutti gli inviti, i quali avvenivano ugualmente in modo precario: ricorrendo a delle cartoline che i comitati inviano agli artisti con valore di richiesta formale. A queste richieste gli artisti rispondevano con altrettante cartoline, il più delle volte senza neppure pattuire il prezzo.
“Ci arrangeremo, non vi preoccupate; preoccupatevi piuttosto di farvi trovare belli e in forma (pinnici)” così rispondeva Cabizza ai Comitati, e così era anche dopo le esibizioni, senza problemi anche quando il Comitato disponeva di cifre esigue, lontane da quelle solite. I soldi non erano la cosa più importante, per lui, e neanche il benessere. La popolarità veniva prima, valeva molto di più. Anche per altri aspetti bisognava adattarsi; ad esempio, la notte, ospitati come si era in case povere, che ospitavano anche maiali, e con posti letto insufficienti, per cui si dormiva anche in tre in un solo letto, nella stessa stanza dove dormiva il padrone di casa e la sua famiglia.
Più tardi, quando queste serate divennero un vero e proprio affare, con prezzi notevolmente più alti, in continua ascesa, Cabizza non esitò a manifestare un vero e proprio disagio di fronte a questo mercanteggiare le proprie esibizioni. E’ Molto difficile elencare i paesi dove si è esibito, persino calcolarne il numero. I Comitati si fidavano di lui ciecamente, sapevano che con lui lo spettacolo era assicurato. Sapevano bene che aveva un grande senso dell’onore e della parola data, anche senza firmare contratti. In ogni paese era atteso con frenesia, come portatore di un vero e proprio avvenimento.
Talvolta gli affidavano anche la scelta dei cantatori, l’importante era che ci fosse lui; del resto, la gente andava alla festa soprattutto per godersi lo spettacolo che offriva pieno di allegria, in modo imprevedibile: con le sue battute, le barzellette, i gesti, lo stile originalissimo di accompagnare i cantadores. Con i muttos e le battorine poi, si esaltava suscitando il delirio nella folla, non solo tra gli appassionati. Molti cantadores alle prime armi devono a lui la loro maturazione, perché era un maestro inesauribile ma anche un padre capace di infondere coraggio e fiducia.
Le sue esibizioni si accompagnavano a quelle dei più disparati cantadores, più o meno importanti. Da Cubeddu a Mannoni, da Delunas a Cossu, da Canu a Chelo, da Fais a Meloni, da Murru a Leonardo Cabizza, da Mara a Punzirudu. Ne potremmo aggiungere molti altri, cinquanta o cento, chissà.
Un aspetto curioso, si potrebbe dire contraddittorio, è costituito dal fatto che durante il lavoro e in famiglia non era così esuberante; anzi, era molto equilibrato, semplice e misurato. Ritornava ad essere l’uomo di sempre, lavoratore e padre di famiglia. Però, lasciato il lavoro e uscito di casa, vestito con eleganza e con l’immancabile cravatta, l’uomo si trasformava radicalmente; in quel momento, chitarra in mano, rinasceva l’artista, il personaggio, l’attore, e il suo spirito raggiungeva un’esuberanza e un’estrosità che poi contagiava tutti quelli che si esibivano con lui e soprattutto il pubblico.
Nel 1939 arriva nella famiglia Cabizza la prima figlia, Teresa. Tocca ad Aldo, che ha già 12 anni, supplire alle assenze di papà Nicolino, sempre più impegnato nelle gare, oltre che come fabbro.
La sua carriera s’interrompe improvvisamente nel 1940, quando viene richiamato alle armi. Per finire nel 1945 a Berchidda, dove lo troviamo nuovamente con la divisa da carabiniere a cavallo, insieme alla sua famiglia. Durante il servizio si fa notare per la sua inflessibilità nel combattere tutti quelli che praticavano il mercato nero, molto diffuso durante la guerra.
Nel 1946 riprende l’attività di chitarrista e la riprende anche con maggior impegno e vigore: professionalità, fantasia, estro comico fanno di lui un personaggio sempre più speciale. Appare speciale fin dal momento in cui, chitarra in mano, sale sul palco con grande disinvoltura e naturalezza. La scena diventa tutta sua: quando suona, quando parla al pubblico, quando ride con voce femminile o da bambino, quando presenta gli altri artisti, per i quali ha sempre una battuta spiritosa, soprattutto quando si rende conto che la gara ha bisogno di una marcia in più e solo lui può inventare qualcosa che riscaldi la serata, con i suoi guizzi, i suoi lampi imprevedibili, i suoi muttos, le sue battorine.
C’è poi il suo naso, che dicono imponente, sempre pronto a diventare oggetto e occasione di umoristiche battorine, alle quali intreccia le sue con la complicità e il senso del gioco che il pubblico si attende da lui. E allora ecco scaturire una scoppiettante gara di umorismo, senza esclusione di colpi, dove l’ironia scava tra vizi e debolezze umane già note alla gente. Ne risulta una commedia della derisione, dove recitano soltanto personaggi simili a curiose macchiette, simpatiche e amate quanto più si vestono di ridicolo.
(Giuseppe Chelo)

A la cherides una battoretta
Eo bo la fatto e no l’isco cantare
Si segamus a Cabizza su nare
totta sa idda la campada a petta,
gai si cantada una battoretta.

Un argomento scottante è il modo del vestire delle ragazze di oggi. Nicolino Cabizza ne sorride scoprendo qualche aspetto positivo:

Bella est sa minigonna,
massimu in primavera,
prima s’ idìada su inugiu
como s’idede sa miniera…

Scherza anche sul sesso,
dando voce a qualche qualche personaggio:

Comàre timet sa colora morta
e-i sa ia la leat in manu,
issa la leada pianu pianu
e che la ighet a su logu apposta.

Comare giughe su casciu segadu
in sos deretos de su coro a male
So andadu a bi lu zirigare
A giummai m’ada mossigadu

E poi ancora sul sesso, cambiando ovviamente personaggi e situazioni:

Appo idu sos padres ballende
s’ultimu notte de carrasegare,
sa vintunu faghiat andare
cun su drighide drogolo pendende.

Unu oe nieddu corri mannu
mi passada in sa janna muidende
e li domando a ue ses andende:
“A domo de comare a fagher dannu!”

Nel 1946 arriva la seconda figlia, Maria Paola, che completa la gioia e insieme la famiglia Cabizza, definitivamente. Gli anni che seguono trascorrono pieni di serenità e di benessere. La vita sembra sorridere e offrire solo cose buone. Mentre anche Aldo si avvia a percorrere le orme del padre. Sembra tutto semplice, senza spiacevoli imprevisti, tutto pare procedere secondo i sogni e le passioni della famiglia. Ma non è così.
Arriva anche l’anno del dolore, del lutto. E’ il 1957, il 18 dicembre, quando già ci si prepara alla festa del Natale. Te-resa, ormai diciottenne, muore per un banale incidente. Si era fidanzata già da qualche anno. Un giorno accompagna il fidanzato alla partenza, nella piazza del paese; qui i due si abbracciano, si baciano, si scambiano le ultime tenere raccomandazioni. E’ il momento del distacco, il giovane sale sulla corriera e Teresa invece si arrampica sopra un muraglione, per riuscire a vederlo sino all’ultimo istante e poterlo salutare ancora una volta.
Una sorte imprevedibile quanto sciagurata ha voluto che Teresa, mentre si sbracciava per salutare il fidanzato in partenza, per un attimo perdesse l’equilibrio e cadesse giù dal muraglione. Nella caduta di alcuni metri di altezza ha sbattuto violentemente il capo.
La sua vita era finita lì, Teresa non era più di questo mondo. Così la morte era piombata, all’improvviso, nella famiglia Cabizza. Una morte che per molto tempo chiuse al mondo famiglia e casa. Non per Nicolino, però, che nella musica trovò la forza di accettare questo grande dolore, di essere di consolazione alla sua famiglia, soprattutto alla moglie. Del resto, lui sapeva bene che la vita è anche sofferenza, talvolta crudele destino, privazione delle persone a noi più care.
Tante volte, lo sappiamo bene, la gioia precede o segue il dolore. E’ un bilancio che non possiamo conoscere in anticipo e quando arriva non rimane che accettarlo, continuare a percorrere il sentiero imprevedibile della nostra vita.

LE TAPPE PIU’ IMPORTANTI
A conferma e testimonianza della sua crescente fama in tutta l’isola, nel 1927, al teatro Verdi, in occasione dei festeggiamenti del ferragosto sassarese riceve, dopo una superba esibizione, il primo premio come miglior chitarrista.
Nel 1929 l’onorevole Attilio Deffenu lo chiama a Roma per l’inaugurazione della Fiera campionaria. Con lui si esibiscono Luigino Cossu, Maria Rosa Punzirudu, Giovanni Cuccuru e Gavino Delunas.
Nel 1930 vennero le sue prime incisioni, negli studi della casa discografica ‘La Voce del Padrone’ incise infatti i primi dischi, insieme ai cantadores Langiu di Ozieri e Fogu di Osilo. Nel 1932 incide, sempre per ‘La Voce del Padrone’, con Gavino Delunas e Maria Rosa Punzirudu.
Nel 1946, già congedato dall’Arma dei Carabinieri, inizia una carriera dedicata tutta alla musica. La sua indubbia bravura ma anche una forte carica di simpatia fanno di lui un vero e proprio personaggio richiesto in tutta la Sardegna.
La sua fama è davvero crescente, così nel 1954 viene invitato a Francoforte per una serie di spettacoli: sono con lui Canu e Chelo, giovani ma già bravissimi. In Germania la sua fama si diffonde tanto rapidamente da raggiungere, insieme a lui, anche la Francia, il Belgio, l’Olanda, la Svizzera e il Lussemburgo, da tutti questi paesi piovono richieste per una sua partecipazione.
E’ un trionfo che lo consacra con una fama ormai senza confini ma anche il preludio di tanti altri trionfi e riconoscimenti sempre più importanti. Nello stesso anno partecipa, insieme a Leonardo Cabizza, alla trasmissione radiofonica Campanile d’Oro. Fra tutte le regioni d’Italia, grazie a questi bravi artisti, la Sardegna conquista il 2° posto. Silvio Gigli, stupito dalle sue esibizioni, non esita a definire, durante la trasmissione, Nicolino Cabizza: maestro estroso, di straordinaria bravura nel creare accordi.
Nel 1960 registriamo un’altra tappa, certo non secondaria, quella riguardante l’innovazione che subì il canto sardo con l’introduzione della fisarmonica, innovazione tuttora in vita che si deve proprio a Nicolino Cabizza. Con questo nuovo strumento, come lui aveva ben intuito, le gare si sono arricchite di vivacità ed ha attirato l’interesse dei giovani. E’ il fisarmonicista Peppino Pippia, originario di Narbolia, ad accettare e poi ad assecondare felicemente il suo progetto. Un progetto, avviato con il duo Cabizza-Pippia, che da quel momento farà puntualmente parte del canto sardo.

IL VIALE DEL TRAMONTO

A metà degli anni ‘60 Nicolino Cabizza imbocca inevitabilmente il viale del tramonto, nel senso che non ha più la brillantezza del chitarrista di sempre e neanche i riflessi necessari per seguire puntualmente i cantatori nelle loro evoluzioni vocali.
Non fu facile per Nicolino rendersi conto che non poteva più disporre della professionalità che lo aveva sempre accompagnato. Una dopo l’altra, tante cose erano ormai cambiate in lui. La mente, la memoria, le mani, persino lo sguardo, tutto aveva il sapore dell’autunno. Una stagione ugualmente bella, ma non era la primavera, con la sua fresca vitalità, e nemmeno l’estate, con il suo chiarore solare. Era decisamente l’autunno, con le foglie che fatalmente cadono, che fanno tenerezza e per i nostri passi suonano una musica che sa di terra e di cielo, e che per questo non ha fretta, preferisce uno spettacolo meno frenetico, senza troppi clamori.
Ma anche i suoi allievi, fermi alla propria scalpitante stagione, non avevano tempo per fermarsi, per seguire il suo passo, il suo nuovo ritmo. E per comprenderlo, soprattutto. Proprio così, pretendevano ancora, senza tener conto della sua stagione, la medesima perfezione di una volta. Né lui voleva arrendersi, scendere docilmente dal palcoscenico prima che la sua stella si fosse spenta del tutto.
Per quanto riguarda il figlio, Aldo, ne era orgoglioso. Non c’era più bisogno, come faceva una volta, di sollecitarlo a partecipare alle gare; certe volte, visto che indugiava nei suoi esercizi e perfezionamenti, era arrivato persino a impegnarlo con i comitati a sua insaputa. Forse gli faceva male, con il passare degli anni, vedere che il figlio lo sopravanzava, ma era consapevole che in fondo costituiva la sua continuità. Ne era, indubbiamente, il degnissimo erede.
Intanto le serate diminuiscono, diminuiscono sempre di più anche le forze e la lucidità. Certe volte è costretto a stare seduto, curvo, affaticato. Il suo corpo è sempre più magro, una corda tesa, le sue mani ora appaiono ancora più grandi. Solo con difficoltà e disagio, visibile a tutti, può reggere lo sforzo e la tensione di una serata intera. Ma lui non vuole cedere, non si rassegna. Dividersi dalla sua chitarra, dunque rassegnarsi definitivamente, è per lui come smettere di vivere. Una realtà inevitabile che però lui si ostina a non accettare; insomma un dramma, che forse pensa di poter rinviare all’infinito.
Ci pensa la malattia a costringerlo, più che a convincerlo, ad abbandonare, sia pure a malincuore, il palcoscenico che tanto amava. La sua ultima esibizione, dopo qualche anno d’inattività, si svolse a Ossi nel 1979, in compagnia di sei cantadores e alla presenza di un pubblico caloroso e imponente. Qui è stato premiato per i suoi 50 anni di carriera. Un premio di stima e di affetto, ampiamente meritato.

Nicolino Cabizza muore a Codrongianos il 26 luglio 1983.

CONCLUSIONE

A noi rimane il dovere di consegnargli un altro Premio, quello della memoria, per mezzo della quale lo ricordiamo sempre con affetto. In fondo, il Premio della memoria, così semplice, così umile, è forse quello più importante, più autentico e sincero. E questo racconto vuole essere una testimonianza, mia personale, ma soprattutto di quanti lo hanno conosciuto, apprezzato e amato.