non potho reposare

Peppino Mereu

Cento anni fa veniva alla luce “Non potho reposare” di Salvatore Sini, musicata nel 1921 da Giuseppe Rachel.

La canzone: stile e contenuti.

Non potho reposare, amore e coro… Come potrebbe l’amore conoscere sonno o sosta? L’amore vive di consapevolezza, di giorno e di notte, quando davvero si è innamorati, consapevolezza l’uno dell’altra, che mette continuamente al centro del mondo l’amato e l’amata. E’ un dono speciale che non si può sprecare neppure per un secondo, per colpa di uno sguardo distratto o un pensiero che non contempli l’altro, non importa se fisicamente vicini o lontani. Questo pare proprio il pensiero dominante in Non potho reposare.
Pensende a tie so, donzi momentu. Attenzione e cura, sottolinea l’autore dei versi, che ugualmente significano amore; e qui tutto sembra muoversi all’interno di una dimensione quasi sospesa fra l’onirico e il reale, la cui musica raggiunge questa suggestiva dimensione attraverso una discreta e allegra mazurka, contemperando così uno spirito decisamente popolare, non senza una sottesa venatura di tristezza, e i sentimenti più profondi e più intensi che l’uomo possa provare. L’utilizzo poi della tonica all’ottava superiore fa risaltare la melodia, le conferisce leggerezza e ariosità, arricchita nel contempo da caratteristiche appoggiature sul quinto grado.
L’amore è di per sé infinitezza, diversamente da qualunque altra realtà terrena. Ed è in fondo questa continuità dell’amore, senza calcoli né condizioni, che ci rende eterni. Ecco dunque emergere la spazialità straordinaria di una poesia e di una canzone, la spazialità nella quale ci ritroviamo veri e insieme come surreali. Dove ogni desiderio, pensiero e sentimento non è che un susseguirsi di amore e ancora amore: ca t’amo, forte t’amo, t’amo, t’amo. La specularità dell’uomo e della donna, attraverso lo sguardo unico dell’amore, appare qui di riflesso in alcune frasi musicali anch’esse metricamente speculari.
Ogni gesto della vita prende forma, si orienta e si motiva con il solo spirito dell’amore, con la sua forza, la sua bellezza, la sua ambizione sempre alta e feconda. E questo ci dà già la certezza che la persona amata non cadrà mai nella tristezza, nello smarrimento o nel dolore. Osservando la struttura melodica di Rachel, almeno nella prima strofa, notiamo che risolve la frase musicale con una figurazione ritmica, fin qui non utilizzata, con un abbellimento in forma terzinata, concludendo il tema musicale sul terzo grado dell’accordo di tonica. Si noti pure come la chiusura scelta da Rachel rimane nell’ambiguità e per questo dà un senso di infinitezza: da un lato esaurisce formalmente la strofa e dall’altro lascia un senso di indeterminatezza e di attesa.
Questa armoniosa commistione poetico musicale parte dunque da qui, da questo superamento di convenzioni, di limiti tecnici, e per il poeta tutto prende le mosse, tutto diviene sogno e insieme vissuto a partire dall’amore, che in questo modo è già rimozione di timori e di umana precarietà. Per cui è possibile creare e donare, a beneficio dell’amata, unu mundu bellissimu pro poder dispensare cada bene. Il brano procede così, uno scatto dopo l’altro, in un crescendo di visioni emotive e di intensità musicale, quasi volesse librarsi nell’aria, liberando gli innamorati dalle catene della lontananza o di una severa quotidianità. In virtù dell’amore, dice il poeta riconoscente, potrei trasferire sulla terra il Paradiso, tutto per te. Sì, perchè la donna amata è il sole che illumina il giorno. Di qui il lampo di luce e di calore che accompagna il viaggio di un uomo e una donna, che li tiene comunque uniti, sino a farne un solo corpo, una sola anima e, in definitiva, un unico destino.

Salvatore Sini: la sua storia, la sua opera.

Salvatore Francesco Sini, nato a Sarule il 2 maggio 1873, è figlio di Agostino Sini Cheri e Mariangela Brandinu, una famiglia di pastori. Pastore fu anch’egli da ragazzo, prima di intraprendere gli studi a Nuoro, nelle scuole medie superiori, studi che poi prosegue all’università di Cagliari, nella facoltà di giurisprudenza, conseguendo la laurea in legge col massimo dei voti nel 1904. Dopo la laurea, esercita la professione di avvocato prevalentemente a Nuoro. Del suo paese natale, Sarule, non si dimenticherà mai, anche lontano sentirà sempre una grande nostalgia e un forte legame affettivo e culturale.
Il suo percorso letterario inizia nel 1909 con un dramma dal titolo “Il Medico”, pubblicato a Nuoro presso la tipografia “Tanchis”. Nel 1911 pubblica una canzone dal titolo “La Guerra Tripolina”, un libretto di otto pagine. In tutti i versi della canzone Sini esprime una sua profonda convinzione: la guerra non è affatto una conquista ma una terribile tragedia, sempre devastante nella storia dell’uomo; e questo lo afferma anche altrove, in versi come questi:
“Se il vigor dei forti – fosse adoprato a coltivare il suolo – la mente ad educare il cuor di tutti – in terra regnerebbe il paradiso”.
Con il trascorrere degli anni manifesta anche le sue tendenze proletarie, ad esempio nella canzone “Lamentos de sas theracas de Nugoro”, scritta nel 1915, a cui seguì nel 1919 la canzone “Comunismu”. Sini è allora particolarmente impegnato in molte campagne sociali, fra le quali una per la fondazione di una lega fra le donne operaie.
Ma la sua poesia raggiunge la cima più alta con “A diosa”. Nel 1915 scrive infatti questa poesia, oggi meglio conosciuta come “Non potho reposare”. Come una sorta di risposta a questa, ne scrive un’altra dal titolo “A diosu”. In seguito compone anche “Muttos”, tutte poesie musicate da Giuseppe Rachel, allora direttore della banda musicale di Nuoro. La poesia “A diosa” è quella che al poeta di Sarule ha dato sicuramente maggior prestigio e notorietà in tutta la Sardegna, nella penisola e anche all’estero.
Proseguendo il suo percorso letterario, c’è da registrare che nel 1924 compone il canto “A Zuseppe Mesina” e poi ancora tanti altri fra i quali “Sa canthone de Zuseppe Nonne”, “Su zeccu” e “Su cundennau innozente”. Nel 1929 scrive “Augurios pro s’isposaliziu de su Principe Umberto”.
Oltre alle esecuzioni del brano da parte del “Corpo musicale filarmonico”, diretto dallo stesso Rachel, ricordiamo la registrazione su disco avvenuta nel 1936 di tre strofe di “A diosa” e tre strofe di “Muttos”, tutte cantate dal tenore Maurizio Carta, di Mogoro. Nel 1951 compone dei versi per la morte del compare e amico avv. Ciriaco Offeddu e lo stesso fa per la morte di Attilio Deffenu. Infine, scrive anche i “Gosos de Santu Franziscu”.
Salvatore Sini muore a Nuoro il 27 Agosto 1954, quando aveva 81 anni.

Giuseppe Rachel: la sua storia, la sua opera.

Nato a Cagliari nel 1858, originario di Parma, è il quinto figlio di una famiglia di musicisti, da tempo legati alla musica. Luigi Rachel, autore delle musiche di Tristu passirillanti e di Canzone de tracca, è appunto uno di questi fratelli. Come musicista professionista troviamo Giuseppe Rachel, in un primo momento, nella città di Verona, direttore di una banda musicale. Fa rientro, qualche tempo dopo, in Sardegna, andando a vivere a Tempio Pausania. Più tardi si trasferirà a Nuoro, questa volta definitivamente, dopo aver vinto un concorso come direttore della banda musicale di Nuoro, esaminato da una Commissione presieduta da Maestro Luigi Cànepa di Sassari.
A Nuoro insegna canto alle scuole magistrali e scrive composizioni per ottavino, il suo strumento prediletto. Compone, in particolare, le musiche di Non potho reposare e di Muttos, su poesie di Salvatore Sini, nel 1921. Giuseppe Rachel, come si può notare, intreccia le sue origini musicali colte con le atmosfere e le sonorità linguistiche sarde, elaborate in modo raffinato e intenso nei versi del poeta di Sarule, Salvatore Sini, il quale attinge al logudorese e insieme al nuorese. Non potho reposare viene musicata con il tempo di mazurka, una scelta certo non casuale, visto che richiama le allegre feste paesane, lo spirito popolare, il ballo tradizionale in piazza.
Ben noto e apprezzato a Nuoro, negli anni ’30, era il complesso diretto da Rachel, denominato “Corpo musicale filarmonico”. Il complesso comprendeva anche una sezione canora di voci miste, che Rachel aveva affidato a Tomaso Madrigali, organista della Chiesa delle Grazie. Non potho reposare faceva sicuramente parte del suo repertorio, si aggiunga poi che anche il tenore Maurizio Carta la eseguiva e infine la registra su disco, nel 1936, insieme all’altro brano scritto con Sini, cioè Muttos.
Giuseppe Rachel muore a Nuoro nel 1937, quando aveva poco meno di 80 anni.

Il viaggio di “Non potho reposare”.

Il brano musicale, nato nell’estate del 1921, per una quindicina d’anni rimane sepolto nel silenzio, e tuttavia viene amorevolmente custodito e fatto proprio dal “Corpo musicale filarmonico” di Nuoro, diretto dallo stesso Rachel. Ci vorrà ancora molto altro tempo per decidere del suo vero, grande destino. Finalmente arriva l’incisione delle tre strofe di Non Potho reposare (insieme alle strofe di Muttos) da parte del tenore di Mogoro Maurizio Carta, avvenuta nel 1936.
Finalmente, soprattutto, arriva quella del Coro Barbagia di Nuoro, diretto da Banneddu Ruiu, il quale incide nel 1966 un long playng intitolato “Sardegna, canta e prega”, presso la RCA Italiana, dove il primo brano proposto è proprio Non potho reposare, armonizzato dallo stesso Banneddu Ruiu. Nello stesso anno, il Coro di Nuoro, diretto da Gian Paolo Mele registra a Milano il long playng “La Sardegna nel canto e nella danza”, dove ugualmente troviamo Non potho reposare, armonizzato dal direttore del coro.
Davvero notevole è il successo che riscuotono questi due cori e in particolare il successo del brano composto da Sini e Rachel. Tutti i cori nuoresi lo adotteranno con passare degli anni, come il Coro Ortobene, Su Nugoresu, Sos Canarios, il Grazia Deledda e altri ancora.
E’ ragionevole pensare che proprio nel 1966, grazie ai due long playng registrati -ormai pietre miliari del canto corale sardo-, il brano Non potho reposare sia uscito perentoriamente dalla semiclandestinità e soprattutto dall’ambito ristretto di Nuoro. E’ da questo momento, infatti, che il brano si diffonde e conquista i cuori di tutti i sardi e non soltanto, d’ora in poi eseguito da tantissimi cori isolani e anche della penisola. Ci penseranno, poi, altri nuovi interpreti, più o meno importanti, mentre via via si affacciano sulla scena musicale, a contribuire alla sua completa affermazione. Come le corali Cànepa e Vivaldi di Sassari, Maria Carta, Elena Ledda, I Tazenda, I Bertas, Andrea Parodi, I Cordas e Cannas e molti altri gruppi.
Dopo un viaggio durato cento anni, possiamo infine affermare che Non potho reposare è approdata e profondamente ancorata nel porto a cui desiderava tanto arrivare, quello del nostro cuore. Oggi amiamo davvero questa canzone, la consideriamo giustamente un piccolo quanto prezioso capolavoro, un patrimonio poetico e musicale. Un patrimonio nel quale la maggior forza risiede nella sua sfera naturalmente spirituale: è infatti una forza tutt’altro che muscolare, la sua, e il suo canto si rivela e ci coinvolge con una straordinaria fascinazione. E’ infatti un canto che, affrancato dai confini e dalle mode, ci fa riscoprire pervasi dello suo stesso amore. In ogni tempo.

A diosa – Non potho reposare.

Non potho reposare, amore e coro,
pensende a tie so donzi mommentu;
no istes in tristura, prenda ‘e oro,
ne in dispiaghere o pensammentu:
t’assicuro chi a tie solu bramo,
ca t’amo, forte t’amo, t’amo, t’amo.

Amore meu, prenda de istimare,
s’affettu meu a tie solu est dau.
S’hare giuttu sas alas a bolare
milli vortas a s’ora ippo volau,
pro venner nessi pro ti saludare
s’attera cosa, nono, a t’abbisare.

Si m’esseret possibile de anghelu
s’ispiritu invisibile picavo
sas formas et furavo dae su chelu
su sole, sos isteddos e formavo
unu mundu bellissimu pro tene
pro poder dispensare cada bene.

Amore meu, rosa profumada,
amore meu, gravellu oletzante,
amore, coro, immagine adorada,
amore coro, so ispasimante,
amore, ses su sole relughente,
ch’ispuntat su manzanu in oriente.

Ses su sole ch’illuminat a mie,
chi m’esaltat su coro ei sa mente;
lizu vroridu, candidu che nie,
semper in coro meu ses presente.
Amore meu, amore meu, amore,
vive senz’amargura nen dolore.

Si sa luche d’isteddos e de sole,
si su bene chi v’est in s’universu
hare pothiu piccare in d’una mole
commente palombaru m’ippo immersu
in fundu de su mare e regalare
a tie vida, sole, terra e mare.