peppino mereu

Peppino Mereu

NANNEDDU MEU – PEPPINO MEREU
STORIA E VOCE DI UNA COMUNITÀ

Scrive il poeta e scrittore Francesco Masala, nella sua introduzione al libro “Peppino Mereu, poesias”, edito da Della Torre, “Di un poeta, in fondo, non importa tanto conoscere il talento lirico, sempre opinabile, quanto l’uso che ne fa la società dove è vissuto”. Peppino Mereu, del resto, diviene poeta quando è ancora viva la ‘Questione de su connottu’, cioè la lotta contro la Legge delle chiudende (1820), la privatizzazione dei terreni collettivi”. In quel periodo, infatti, si passa da un sistema comunitario a uno capitalistico fondiario. Peppino Mereu è sicuramente testimone di questo passaggio, tramautico e tutt’altro che condiviso dalla gente comune, attivo testimone potremmo dire, anche perchè era figlio di medico proprietario, e ciononostante dalla parte della collettività, sempre accanto ai poveri appena privati dei pascoli.
Il poeta si contrappone, non solo si ribella, alla classe cui appartiene la sua famiglia, ricca e borghese. Abbandona la sua condizione di tranquillità, di benessere, di ricchezza, e si schiera a fianco dei più poveri, durante tutta la sua esistenza sposa i valori e i sentimenti della cultura comunitaria, ne condivide la sorte, il dolore. E di tutto questo non poteva non accorgersi la gente di Tonara, sino a onorare e nutrire il suo poeta ribelle, maledetto, coerente con le sue idee di giustizia, estrinsecate nel rispetto umano e sociale.
Così risultano davvero numerosi, nelle sue poesie, gli spunti caratterizzati da un socialismo popu-lista, fin quasi utopistico, come la terzina scritta nel 1892 dedicata a Jago Satta: Ma si s’avverat cuddu terremotu/ su chi Jagu Siotto est preighende/ puru sa poveresa hat haer votu. Ulteriori idee populiste, contro capitalismo e borghesia , troviamoanche quando scrive: Vile est chie sas giannas hat apertu/ a s’istranzu pro benner cun sa serra/ a fagher de custu logu unu desertu./Sos vandalos cun briga e cuntierra/ benin da lontanu a si partire/ sos fruttos chi produit custa terra./ Isperamus chi prestu hat a finire/ custu istadu de cosas dolorosu:/ meda semus istraccos de suffrire.
Ma più ancora troviamo le sue idee populiste in una delle lettere, in forma di poesia, indirizzate idealmente a Nanni Sulis, un ditirambo intitolato Nanneddu meu.
Così Peppino Mereu diventa, come dice Francesco Masala, su cantadore malaittu, ripudiato dai ricchi parenti borghesi, cantadore che viene accolto dalla comunità tonarese, e che rappresenta una sorta di coscienza critica, colui che mette in luce l’ingiustizia sociale sempre più diffusa, sempre più capace di schiacciare il povero e l’indifeso, un’ingiustizia che è frutto dell’egoismo dei ricchi proprietari, dei nobili, dei potenti. Proprio alla ricchezza e al potere, Mereu preferisce il misero e fragile destino della sua gente, sino a ridursi sempre più povero e malato, lo sguardo malinconico, la vena ironica sempre tagliente, si accontenta del solo sostegno dei suoi simili e del suo inseparabile bastone, malgrado si scopra già vecchio a venticinque anni. Certo in attesa di riscatto, ma più per la sua gente che per se stesso, anche quando è ormai consapevole di spegnersi che candela ‘e chera. Nato a Tonara nel 1872, Peppino Mereu muore a soli 29 anni, nel 1901.
Di Mereu ci rimane una storia straordinaria, storia che è anche testimonianza ed esempio per tutti, non solo per la comunità che lo ha visto nascere, vivere e morire fra le sue braccia, precisamente come figlio. Infatti, insieme alla sua vasta produzione poetica, è la coerenza esistenziale che ce lo rende ancora vivo e presente, è la sua determinata opposizione all’ingiustizia, soprattutto al potere (militare, politico, civile e religioso) che ce lo mostra amabile e generoso, partecipe del destino di una comunità intera, quella dei sardi, di oggi come di allora. Tutto questo traspare specialmente nelle lettere indirizzate al suo amico Nanni Sulis, in una delle quali viene chiamato affettuosamente Nanneddu meu. Ed è proprio in questi versi che Peppino Mereu, in definitiva, riassume i suoi sentimenti, le sue aspirazioni, attraverso la sua caratteristica valenza poetica. In questi versi -in forma di Ditirambo-, c’è tutta la sua ironia, il suo cuore palpitante, persino il suo furore contrapposto a una inevitabile rassegnazione, ormai diffusa ovunque.
Il Ditirambo, utilizzato da Peppino Mereu, era nell’antica Grecia, dove è nato, un inno cantato e danzato in onore del dio Dioniso, presso i romani Bacco. Si trattava di una particolare composizione poetica corale, dove poesia, musica e danza erano fusi insieme, presenti nella stessa misura. Il Ditirambo rappresentava una danza collettiva eseguita in circolo da cinquanta danzatori incoronati da ghirlande. Una danza drammatica e rapida, nella quale il solista rappresentava lo stesso Dioniso, accompagnato con lamenti e canti di gioia. Il Ditirambo accompagnava anche i cortei di cittadini mascherati che, in stato d’ebbrezza, inneggiavano a Dioniso suonando flauti e tamburi. Il ditirambo infatti era costituito da cori accompagnati dal suono di questi strumenti; un suono cupo, solo vagamente melodico, ma di grande potenza, che accompagnava il corteo di uomini mascherati: alcune feste a Dioniso infatti prevedevano il completo mascheramento, con pelli di animali e grandi falli; le Menadi, seguaci dirette del Dio, portavano il Tirso, un bastone con in cima o un ricciolo di vite o una pesante pigna. Nella letteratura italiana il Ditirambo è un componimento giocoso sul tema del vino e dell’allegrezza conviviale. Il più celebre componimento ditirambico italiano è il Bacco di Toscana, di Francesco Redi.
Questa breve spiegazione, sulle origini del Ditirambo, ci aiuta a comprendere meglio le intenzioni poetiche di Peppino Mereu nell’affrontare il tema contenuto in Nanneddu meu, la disperata condizione del popolo sardo, ma anche nell’aver predisposto i suoi versi alla musica, al canto, in forma corale. Intenzioni poetiche e insieme stile, che ci dicono prima di tutto come il poeta non volesse scivolare, con i suoi versi, in un facile sentimentalismo di compassione. Al contrario, lontano anche dai bucolici poeti dell’Arcadia, la sua pietas è affidata all’ironia, a uno specchio rovente, privo di ipocrisie, che rivela il gioco del destino, una storia già scritta, crudele e inevitabile, ma proprio per questo da affrontare come l’ultima delle sfide di un popolo che davvero vuole riscattarsi, da ogni padrone, straniero e locale, ma anche da inimicizie e divisioni.
Così, in questo canto, la rabbia esplode prepotente da sotto il fuoco della sottomissione, esplode incontenibile, brandendo come un’arma il suo antico, perenne dolore, soprattutto nella sua espressione corale, tambureggiante, che esprime la profonda inarrendevolezza dei sardi. Per questo Nanneddu meu, grazie anche alla musica Nicolò Rubanu, scritta nel 1974, e di Tonino Puddu poi, già da qualche decennio è patrimonio dell’intera comunità sarda. Che l’ha fatto proprio in virtù della fedeltà ai suoi sentimenti, ai suoi valori, sino a diventarne la sua stessa voce. Voce della coscienza, prima di tutto, che partendo dalla una vera consapevolezza aspira alla conquista di una reale e dignitosa autonomia, il che significa, nel concreto, una migliore condizione umana, nel rispetto della sua dignità ed essenza umana, e di tutte le sue irrinunciabili aspettative.
Chi ascolta, o canta, Nanneddu meu, avverte subito un forte e profondo sentimento e insieme un senso della storia, del tempo e della vita, con una estensione che lo fa scoprire ben oltre se stesso, ormai parte viva e indivisibile della comunità in cui agisce. Ecco, in questo senso, il poeta Peppino Mereu è proprio ciò di cui ha bisogno la comunità, al punto che continua a nutrirsene anche dopo la sua morte, secolo dopo secolo. Anche il suo ritmo, che sa di passione incessante, combattiva, non è che respiro, respiro umano che si diffonde ovunque. La musica -di Nicolò Rubanu prima e di Tonino Puddu poi- ne favorisce la comunicazione e insieme il calore, la speranza, ricreando o dilatando la naturale dimensione collettiva. Aiutando a fare memoria, intanto, della condizione storica di un popolo, soprattutto della sua miseria, della sua mancanza di libertà. Memoria di un bisogno di futuro mai realizzato, per questo ancora più forte, più sentito. Del quale abbiamo sempre fame e sete e attraverso il quale passa la nostra realizzazione, personale e comunitaria. Nanneddu meu ci martella ancora e sempre: dentro la memoria, e in fondo al cuore, a ogni verso, a ogni nota, chiedendoci di aver cura della nostra dignità, di uomini e di sardi, insieme.

NANNEDDU MEU Peppino Mereu

Nanneddu meu,
su mundu est gai,
a sicut erat
non torrat mai.
Semus in tempos
de tirannias,
infamidades
e carestias.

Como sos populos
cascant che cane,
gridende forte:
“Cherimus pane!”
Famidos, nois
semus pappande
pane e castanza,
terra cun lande.

Terra c’a fangu
torrat su poveru
senza alimentu,
senza ricoveru.
B’est sa fillossera,
impostas, tinzas,
chi nos distruint
campos e binzas.

Undas chi falant
in Campidanu
trazan tesoros
a s’oceanu.

Cixerr’in Uda,
Sumasu, Assemene,
domos e binzas
torrant a tremene.
E non est semper
ch’in iras malas
intrat in cheja
Dionis’Iscalas.

Terra si pappat,
pro cumpanaticu.
bi sunt sas ratas
de su focaticu.

Cuddas banderas
numeru trinta
de binu ‘onu,
mudad’hant tinta.

Appenas mortas
cussas banderas
non piùs s’osservant
imbreagheras.
Amig’a tottus
fit su Milesu,
como lu timent,
che passant tesu.

Santulussurzu
cun Solarussa
non sunt amigos
piùs de sa bussa.
Semus sididos
in sas funtanas,
pretende s’abba
parimus ranas.

Peus su famene
chi, forte, sonat
sa janna a tottus
e non perdonat.

Avvocadeddos,
laureados,
bussacas boidas,
ispiantados.

In sas campagnas
pappana mura,
che crabas lanzas
in sa cresura.

Cand’est famida
s’avvocazia,
cheres chi penset
in Beccaria?
Mancu pro sognu,
su quisitu
est de cumbincher
tant’appetitu.

Poi, abolidu
pabillu e lapis
intrat in ballu
su rapio rapis.

Mudant sas tintas
de su quadru,
s’omin’onestu
diventat ladru.

Sos tristos corvos
a chie los lassas?
Pienos de tirrias
e malas trassas.

Canaglia infame
piena de braga,
cherent s’iscettru,
cherent sa daga!

Ma non bi torrant
a sos antigos
tempos de infamias
e de intrigos.

Pretant a Roma,
mannu est s’ostaculu;
ferru est s’ispada,
linna est su baculu.

S’intulzu apostulu
de su Segnore
si finghet santu,
ite impostore!

Sos corvos suos
tristos, molestos,
sunt sa discordia
de sos onestos.
E gai chi tottus
faghimus gherra,
pro pagas dies
de vida in terra.

Dae sinistra
oltad’a destra,
e semper bides
una minestra.

Maccos, famidos,
ladros, baccanu
faghimus, nemos
halzet sa manu.

Adiosu, Nanni,
tenedi contu,
faghe su surdu,
ettad’a tontu.

A tantu, l’ides,
su mund’est gai:
a sicut erat
non torrat mai!